Antonio Conte e Cristian Chivu sono entrambi vincenti, non paragonabili nella rispettiva, insindacabile efficienza. Sono speciali, totalmente differenti. L'avvicendamento del trionfo non è un caso, forse è un segnale. Vince chi osa, unica caratteristica in comune. Ma alla fine traccia un strada chi guida un fine al di là del mezzo. E' questo il solco tra Antonio e Cristian. Uno magnetizza l'ambiente di approdo al suo arrivo, lo manipola a sua immagine e somiglianza. Lo rende vincente, ma di un successo di cui poi lui sente un impellente (e stupefacente) bisogno di distacco. Un amore folgorante, fugace. Che non nutre e si nutre mai di futuro. Bello da vivere, impossibile da realizzare. Così è stato l'Antonio dei 'mai più di due anni' alla guida di Inter, Chelsea, Tottenham, Nazionale ed ora con il Napoli del quarto Scudetto. L'altro, il neo campione d'Italia, ha invece alzato le braccia al cielo sposando una idea collettiva, non la proiezione del proprio ego. Chivu non si considera un Paganini della pedata, ha voglia di fare il bis e di rifarlo tutti assieme. Mischiato agli altri, non un gradino sopra.
Conte era già stanco della sua creatura a fine campionato scorso: un minuto dopo la sfilata del bus sul Lungomare di via Caracciolo. Lo aveva detto al presidente De Laurentiis, sorpreso e amareggiato. Che pur di trattenerlo si era svenato con una campagna acquisti da 136 milioni, chiudendo il bilancio con un rosso da 37. Non solo. Il patron azzurro ha posizionato Antonio ancora più al centro del Napoli, di una città sognante. Come padre putativo delle vittorie, uomo-simbolo di un percorso. E così il presidente si è letteralmente defilato a livello mediatico, lasciando a Conte onori e palcoscenico. Aurelio è stato ripagato poco e male. Un onorevole secondo posto, un crollo in Champions, una Supercoppa italiana, polemiche a non finire sulla pur onerosa campagna acquisti. E persino puntando i piedi sulla necessità di rivoluzionare il centro sportivo di Castel Volturno. Una richiesta di grande investimento, per un futuro che lo stesso Conte non garantisce nemmeno nel presente. Ora il tecnico salentino sogna la Nazionale, la Nazionale rischia di (ri)cadere nei suoi storici ingranaggi. A quanto pare inevitabili.
Il Chivu di oggi, del tricolore e della Coppa Italia al primo colpo, non ha ancora il peso del carisma di Antonio. Nella percezione comune, nell'ambiente dove lavora. Tra gli stessi giocatori. La strada è però quella. Nel frattempo dei suoi ragazzi ne è diventato il fratello maggiore, quello dei consigli buoni e terribilmente efficaci. Con il sorriso sulle labbra. Con l'irreprensibile ambizione dello psicologo che chiede un grande sforzo alleggerendone i chili. Una guida che ascolta, crea soluzioni su misura e non necessariamente sul proprio credo. Il tecnico rumeno l'estate scorsa avrebbe voluto un giocatore verticale dietro alle punte, modificare il 3-5-2 in un modulo alternativo. Più suo. Ha capito che le priorità, temporali e contenutistiche, stavano da un'altra parte. Che era lui a doversi convertire a un gruppo (a un club) con forti implicazioni tecniche e umane. Da recuperare, lievitare. Con la forza dell'umiltà e dell'adattamento, della fiducia e del rapporto sinergico.
Oggi Conte sigla l'addio con il Napoli, Chivu il prolungamento di un successo. E soprattutto di una idea. Condivisa, non contrapposta. Il parlarsi tra il tecnico nerazzurro e Beppe Marotta non parte da un inevitabile ritocco di ingaggio, ma dalla conferma di un legame. Dirsi ti amo fa sempre bene al cuore, per alzare trofei e belle speranze. Sapendo che l'amore, anche il più bello, non è mai eterno. Come tutte le cose.
Giulio Peroni / Twitter: @peroni_giulio
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