È un'Inter ancora una volta soltanto parente dell'imbattibile armata che ha elettrizzato questi primi mesi del campionato italiano quella presentatasi all'Olimpico. La squadra di Simone Inzaghi arriva a Roma ordinata e concentrata ma senza particolari velleità che ne facessero applaudire le gesta, quasi timida e attendista, al cospetto di una Lazio arrabbiata e famelica. I padroni di casa, rei di un deludente pareggio col Verona e del ko con l'Atletico che ha frantumato il sogno di un primo posto ai gironi, partono forti e aggressivi con un giropalla veloce e un pressing alto che manda su tutte le furie l'allenatore piacentino seduto in panchina, fin qui mai vittorioso contro l'ex squadra, e in tilt la squadra dalla maglia arancione, costretta a disegnare trame e passaggi sterili e infruttuosi. I biancocelesti creano ma difficilmente impensieriscono Sommer, quantomeno nel primo tempo, quando al netto delle difficoltà nel trovare spazi e vie di passaggio a rendersi più pericolosa tra le due squadre in campo è quella ospite. Per quanto in affanno, sono attenzione e qualità che le carte giocate dai nerazzurri nei primi quaranta minuti di gioco e a sbloccare la gara è proprio la squadra di Inzaghi. Amnesia di Marusic che rende tutto più semplice all'Inter che, trascinata dal solito leader Lautaro Martinez, trova la freddezza prima e il pertugio dopo per infilzare Provedel e sbloccare il risultato.
Vantaggio nerazzurro che trova qualche minaccia nella ripresa: i padroni di casa rientrano in campo dagli spogliatoi con verve e tanta voglia di rivalsa ma ancora una volta si ritrovano a combattere contro un impietoso muro difensivo che non offre crepe né scricchiolii. Solidità di cui ne sottolinea ulteriormente la maestosità Yann Sommer su un tentativo di Rovella, unico vero grande brivido per gli interisti che lasciano ancora pazientemente che siano i biancocelesti a tenere le redini di un gioco di cui però neppure i cambi, ingresso di Luis Alberto compreso, riescono a sovvertirne le sorti. Non cambia atteggiamento la capolista e fa della pazienza la virtù migliore di quelle portate in valigia sotto l'ombra del Colosseo e, complice la consapevolezza dei propri mezzi, non cade mai nel tranello che fretta e voglia di raddoppiare avrebbero potuto tessere. Ordine, attenzione e pazienza fanno di questa Inter la più saggia dopo quella di Salisburgo ed è al 66esimo che arriva il premio. Esecuzione magistrale di Marcus Thuram, orchestrata da un altrettanto meraviglioso Nicolò Barella che fiuta l'opportunità e disegna uno schema sul quale nulla può Provedel tantomeno Gila. Raddoppio che non lascia più grande immaginazione né linfa vitale alla squadra di Sarri che inizia a sfilacciarsi fino all'apoteosi dello scardinamento dei nervi sottoscritta dall'espulsione diretta di Lazzari che dopo un fallo su Arnautovic non accetta la sanzione di Maresca, protesta con eccessiva veemenza ed è costretto ad uscire anzitempo dal campo, lasciando in inferiorità numerica i compagni, già fortemente turbati dalla coscienza di un risultato impossibile da aggiustare.
Finisce così sotto il cielo della Capitale: con uno spartito completamente sombussolato rispetto all'avvio di gara, un'Inter sempre più capolista e un tabù sfatato, quello di battere la sua ex Lazio, per Inzaghi, all'Olimpico che dà ragione al piacentino e agli interisti sugli spalti. Tutti in piedi senza cappello: salutate, la capolista se ne va.
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