C’era un uomo che domenica sera, a ridosso del campo, quando Felipe Anderson ha spazzato in corner il pallone calciato da Yann Karamoh e respinto da Thomas Strakosha, ha cominciato ad agitarsi, a fare strani segnali, come se fosse un tarantolato. Segnali di una smania feroce, quella di entrare in campo per partecipare all’assalto finale, perché percepiva che quella poteva essere la volta buona e lui vuole farne parte. Quell’uomo era Andrea Ranocchia, che come un pazzo ha iniziato a chiedere Spalletti di essere gettato nella mischia per quel corner, vedendo in quell’occasione il regalo più grande del destino. In fretta e furia, il tecnico di Certaldo ha imbastito il cambio con Danilo D’Ambrosio mandando in campo il difensore, fiondatosi in area per raccogliere il cross di Marcelo Brozovic.

Il resto è storia, storia di un attimo indimenticabile: solo pochi centimetri lo separano dall’impatto col pallone, ma proprio perché quello è il pallone del destino, ecco arrivare alle sue spalle l’angelo guardiano, quel Matias Vecino che impatta alla grande con la sfera e lascia Strakosha fermo a guardare. È il golden gol, è la fine di un incubo, è il tripudio generale. E l’esultanza più scatenata è proprio quella di Ranocchia, che al fischio finale decide di non tenersi, e allora piange, si butta a terra, poi urla la sua felicità in faccia ad una telecamera. E nel dopopartita, col suo sorriso a 32 denti, spiega candidamente come fosse pronto a far correre all’Inter qualche rischio disciplinare, perché lui in quel momento sarebbe entrato anche senza cambio, perché aveva capito che quello era davvero il momento per cambiare il senso di una partita, di una stagione, forse anche di un futuro.

Sicuramente, in quei momenti, davanti ai suoi occhi saranno passati tutti i momenti della sua esperienza nerazzurra: anni fatti davvero di poche gioie e tanti momenti da dimenticare, anni passati a ingoiare bocconi amari e troppo spesso anche ad avere a che fare con il rancore di chi decide di prenderti come capro espiatorio sfociando addirittura nella piaga del cyber-bullismo. ‘No, questa volta non può finire così’, si sarà detto Ranocchia, uno che in ogni modo ha provato ad andare per la sua strada, prendendo di petto le tante difficoltà incontrate nella causa. Non può finire così perché lui che è all’Inter da sette anni ha capito che il destino cinico e baro non può averla sempre vinta, e andando in campo ha deciso di fare da portabandiera dei sentimenti di tutto il popolo nerazzurro, allo stadio e non: perché tutti, in quel momento, avrebbero voluto lasciare il proprio posto allo stadio, gettarsi in area per andare sul pallone di Epic Brozo e lasciare Strakosha lì, immobile come una statua.

Forse ci sono delle cose che si possono rimproverare a Ranocchia: magari alcuni errori marchiani, magari una certa incostanza di rendimento con alcuni bassi francamente pesanti. Ma di certo, la dedizione alla causa nerazzurra no, quella mai. E il primo a non sognarsi nemmeno di mettere in discussione quella che è l’appartenenza all’Inter è indubbiamente Luciano Spalletti. Quello Spalletti che sin dal primo giorno di lavoro ha fatto scattare probabilmente qualcosa in più nella mente del difensore, allorché ha preso di petto un tifoso giunto a Brunico per dedicare degli sberleffi al giocatore, prendendosi in cambio uno shampoo di quelli che non si dimenticano dal tecnico, arrivato fin a ridosso della recinzione per cantarle in chiave di do al disturbatore. E lo stesso Spalletti che giovedì, nel corso della conferenza stampa consuntiva di fine stagione, tra un applauso ai ragazzi e qualche schiaffetto alla dirigenza, schiaffetti sicuramente salutari per far capire che il suo mestiere è quello di allenare e non quello di attrezzarsi ogni volta per dei miracoli, al ragazzone umbro ha dedicato solo che elogi.

Lo ha definito fortissimo, Spalletti, che ha messo nuovamente al muro chi a lui ha dedicato solo che offese e parole negative; gli ha garantito che finché lui sarà l’allenatore dell’Inter, qualora lo vorrà, un posto in rosa per lui ci sarà sempre. Soprattutto, lo ha definito un interista al 100% e l’uomo che, all’interno dello spogliatoio, simboleggia quella che è la coscienza dell’intero gruppo. Quasi come fosse il grillo parlante per Pinocchio, Ranocchia all’interno dello spogliatoio è quasi un totem, e quando Spalletti parla di ‘brutto confrontarsi’ con lui, magari lo dice riferendosi piuttosto che al piano fisico, dove, al di là della stazza possente, appare comunque come un ragazzo dall’indole extra-campo abbastanza mite, al piano della filosofia, della saggezza, della conoscenza delle cose nerazzurre.

È indubbiamente un riconoscimento al merito e alla militanza di Ranocchia, portabandiera dell’Inter di lungo corso. E insieme un attestato importante di stima dettato anche dalle contingenze storiche. Basti un dato a definire il tutto: in base a come sarà strutturato il calendario, al momento del fischio d’inizio della prima partita della Champions League 2018-2019, saranno passati 2381 giorni dall’ultima apparizione dell’Inter nella manifestazione. Era, quella l’amara serata di San Siro con l’Olympique Marsiglia che gelò la squadra di Claudio Ranieri col gol di Brandao che estromette i nerazzurri dalla corsa, prima del lungo vuoto. E di quella squadra, Andrea Ranocchia è l’unico rimasto in rosa oggi: lui c’era (anche se non scese in campo) quando si è chiuso quel capitolo, il destino (e Spalletti) hanno voluto che ci fosse per riaprirlo.

Checché ne dicano i detrattori, quindi, Ranocchia è stato insignito del ruolo di custode delle virtù, e anche della pazzia, dell’Inter. Del resto, quella sera, all’Olimpico, tutti i presenti avrebbero voluto essere come lui al momento dello storico calcio d’angolo: tutti a saltare su quel pallone, a esultare, a piangere di gioia come ha fatto anche Steven Zhang, che al novantesimo si è lasciato andare anche lui alle lacrime senza nessuna vergogna di nasconderle, felice per un traguardo che per lui e per tutta la famiglia vuol dire tanto, tantissimo: non solo per il raggiungimento dell’obiettivo, ma anche per essere riusciti, in barba alle critiche e alle brutture dette sul conto suo e del gruppo Suning, a mantenere quella promessa fatta a inizio anno per poter far dire a tutti: ‘Inter Is Here’. E adesso, il lavoro prosegue, come ha garantito lui stesso passeggiando per le vie del centro in una fresca serata: passo dopo passo, e, speriamo, emozione dopo emozione.

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Sezione: Editoriale / Data: Sab 26 Maggio 2018 alle 00:00 / articolo letto 12587 volte
Autore: Christian Liotta / Twitter: @ChriLiotta396A