Il nuovo presidente nerazzurro, Erick Thohir, ha fatto ieri visita a Gazzetta dello Sport e Corriere della Sera. Uno dei tanti debutti di questi giorni: spazio alle prime impressioni sul mondo Inter e alle idee innovative su stadio, modelli di business, strategie per consolidare il club e metodi di lavoro.
Presidente, che Inter vorrebbe e vorrà vedere?
"Vengo dal mondo dei media, per me è automatico che una squadra debba piacere alla gente. Amo il calcio spettacolo: serve ad attirare nuovi tifosi e a fare contenti quelli che già ci sono. Ne ho parlato con Mazzarri, dovrà essere ultra paziente per mixare questa esigenza con gli equilibri tattici, importanti per non rischiare di essere sommersi di gol. Un buon esempio possono essere i Lakers di Magic, per come coniugavano spettacolo e vittorie. Per un tecnico è una sfida dura, ma va accettata se vuole essere fra i top al mondo. In tanti vorrebbero allenare l’Inter, quindi è importante essere in grado di gestire le tante pressioni che ci sono qui, come è fondamentale che fin dall’inizio allenatore e squadra, e anche tutti quelli che sono in società, capiscano la filosofia della nuova proprietà. Poi, è chiaro che la preparazione delle partite è di competenza unica dello staff tecnico. So che in Italia si gioca un calcio più “difensivo”, mentre in altri Paesi c’è più spazio al 4-3-3 o al 3-4-3. Dipende anche dall’allenatore, ma l’altra cosa in cui credo è che non si può vincere con una sola strategia".
Il suo allenatore top?
"Penso che Mourinho sia uno dei migliori, ma esiste sempre e comunque solo un lavoro d’insieme. Mourinho nel 2010 ha portato tre, quattro, forse cinque titoli in una volta sola e vedo in Mazzarri un carattere simile: spero che possa cominciare a gettare adesso le fondamenta e nel giro di due-tre anni costruire una squadra forte. Ma essendo anche io un perfezionista, credo che lui sia bravissimo e appunto nei prossimi due-tre anni possa diventare uno dei top coach al mondo".
Cosa esige dai suoi giocatori?
"Se arrivi all’Inter, devi essere professionale al 100 per 100. Guardate Zanetti: non beve alcol, è rientrato dall’infortunio con tre mesi di anticipo, in 10’ col Livorno ha dato un segnale a tutti, partecipando all’azione del 2-0. I più anziani devono trasmettere la giusta disciplina ai giovani, che si sentono superstar visti i tanti soldi che girano, ma non si rendono conto che la carriera così dura appena tre anni. Basta pensare a Steve Francis: grandissimo talento nella Nba, ma finito in fretta. Ma so bene che una cosa sono le parole, un’altra i fatti".
Qual è la squadra che le piace di più in Europa?
"Mi piace come si gioca in Bundesliga: Borussia Dortmund e Bayern Monaco hanno dato un segnale importante nell’ultima finale di Champions. In Inghilterra c’è troppo agonismo, una mentalità diversa, mentre in Spagna ci sono pochi club competitivi. L’Ajax è stato il primo club che ha mostrato il calcio totale, ma la lezione che tutti possono difendere e attaccare allo stesso tempo vale sempre. E, per rimanere all’Inter, devo dire che Mazzarri l’ha resa molto aggressiva".
Quanto sarà difficile fare il presidente dell’Inter da Giacarta?
"Ne ho parlato con Mao (Angelomario Moratti, ndr), credo che una partnership sia fondamentale: io non posso essere a Milano ogni giorno, ma ora la mia vita è legata all’Inter. Comunque, a proposito di pensieri ed azioni, si può comunicare in mille modi: anche con i giocatori posso parlare via mail o telefono, e poi quando sarò a Milano guardarli negli occhi. E magari faremo anche una gita di gruppo a Bali: è una bellissima isola".
Nell’altra squadra di Milano si dice che il presidente, Berlusconi, faccia la formazione...
"Credo sia fondamentale come la proprietà lavora con i dirigenti, che sono le chiavi dei successi. Io non sono certo il padrone che impone la formazione: servono lavoro collettivo e fiducia nella squadra. Se poi non arrivano i risultati, si affronta il problema. Il Dc United l’anno scorso era al top mentre quest’anno è ultimo, eppure investimenti e rosa sono gli stessi: per questo ho parlato con il coach per capire cosa non aveva funzionato, visto che nelle difficoltà è importante confrontarsi, e poi gli ho dato un altro anno di fiducia. Ma se dovesse andar male ancora... Fra l’altro negli Usa non esiste la retrocessione, qui se va male vai in B: io proteggo la squadra, ma se non danno tutto si cambia".
In quanto tempo e con quanti e quali suoi uomini pensa che vada cambiata la struttura dell’Inter?
"Dal nostro primo incontro ho detto a Moratti, che ha fatto un grande lavoro, che non venivo per sostituirlo, ma piuttosto per lavorare insieme, per aiutarlo. E’ giusto guardare la realtà: il calcio è un business enorme e diventa dura competere con club che hanno ricavi per 500-600 milioni l’anno se tu ne incassi 140. Può capitare che una volta non vinca il più ricco, e proprio questo è il bello dello sport, ma alla lunga prevale il più ricco. Io voglio un club sano, ancor prima che vincente: è per questo che lavoriamo senza sosta da venerdì, con incontri dalla mattina alla sera. Ho poco tempo, giovedì mattina riparto, ma prima voglio capire cosa succede. Sarebbe sbagliato andare da questo o quel dirigente dicendo che sbaglia: prima voglio mettere a fuoco ogni cosa, ascoltare dove sono i problemi. Abbiamo davanti un piano di cento giorni, tre mesi per capire come agire, ma proprio per questo è importante che io capisca in questi giorni cosa è stato sbagliato e cosa è fatto bene. Tornerò dal 28 novembre al 2 dicembre: dopo tutti questi incontri dovrò controllare che i dirigenti abbiano recepito il messaggio e iniziato a lavorare".
Sarà anche l’occasione per un Cda in cui distribuire le deleghe?
"Più che altro dovrò verificare che tutto fili liscio tra chi c’era già e i nuovi arrivati, perché poi a gennaio bisognerà fare sul serio. Il 29 ho invitato il mio partner americano Jason Levien: qualcuno ha scritto erroneamente che sarebbe stato mio socio all’Inter, ma voglio comunque che conosca i Moratti per condividere le rispettive esperienze".
Il Psg ha rifondato la società affidando la gestione del nuovo progetto ad un uomo forte come Leonardo: indipendentemente dal nome, ha in mente una soluzione simile per l’Inter?
"Non credo al “one man show”, credo in un sistema collettivo. Per questo anche oggi ho incontrato Mao, Branca, Ausilio e altri del board per affrontare il discorso mercato di gennaio. Abbiamo definito alcuni nomi, ci lavoreremo da domani (oggi, ndr). Mazzarri era alla Pinetina, ma sempre in contatto con lunghe telefonate. Questo è il mio modo di lavorare: è facile incolpare qualcuno per un errore, ma non è la mia filosofia. E non sarà mia l’ultima parola, ma del board. Io posso dire che voglio questo o quel giocatore, ma se a Mazzarri non serve, che senso ha prenderlo?".
E' vero che nel contratto di acquisto dell’Inter c’è una clausola per la costruzione di un nuovo stadio?
"Se guardi alle entrate dei top club, lo stadio pesa parecchio. I Dc United giocano in uno stadio, il RFK, che è del 1956 ed è nato per il baseball, con un campo a forma di diamante, scomodo per il calcio. Stiamo lavorando per un nuovo stadio, ma non avrebbe senso farlo di 40mila persone: negli Usa ci sono numeri diversi. All’Inter devo studiare bene cosa è meglio fare, se costruire un nuovo stadio o rimanere a San Siro. Quello stadio è leggendario, ma la struttura è molto vecchia. Ci sono stato due mesi fa: mancano spazi per mangiare, ci sono pochi ascensori, devi usare le scale e mancano mille altre cose. Negli stadi moderni, vedi l’Emirates dell’Arsenal, i vip box portano circa il 30% delle entrate. Bisogna pensare a queste cose, ma non voglio prendere una decisione che non possiamo permetterci".
Il suo passato di sportivo?
"Ho giocato a basket: a dispetto dei centimetri, sono una buona guardia. E ho anche allenato, quando non avevamo i soldi per permetterci un tecnico vero. Niente calcio? Ho giocato a calcetto, perché a 14-15 anni mi sono reso conto che giocare a undici poteva significare maggior rischio di infortuni e in quel caso non avrei più potuto giocare a basket. Non ero un gran calciatore, ma posso essere un buon dirigente".
Sta imparando l’italiano? E’ già andato oltre il “chi non salta rossonero è” dell’altro giorno?
"Devo imparare l’italiano, ma quando hai superato i trent’anni è molto più difficile apprendere una nuova lingua".
Ha pensato di ritirare la maglia numero 18 in onore degli anni di proprietà di Moratti?
"Sarebbe un bel gesto, ma credo che mi direbbe di non farlo".
Autore: Alessandro Cavasinni / Twitter: @Alex_Cavasinni
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