Tutti gli onori a te, Luciano da Certaldo. Soprattutto adesso che i risultati ti stanno dicendo male praticamente da un mese, il classico dazio a cavallo tra i due anni che l’Inter si ritrova puntualmente a pagare con un’allergia alla vittoria che ormai è diventata cronica. Tutti gli onori perché comunque ci stai provando in ogni modo a fare di necessita virtù, in un momento di eccessiva penuria di idee prima ancora che di uomini. Nonostante tutti gli accidenti che improvvisamente sono apparsi sul tuo cammino, a Firenze soltanto un guizzo negli ultimi secondi di Giovanni Simeone, favorito da una palla sporca su un tiro cross di Cristiano Biraghi, ha negato alla tua squadra la gioia di tre punti che sarebbero stati di una pesantezza incredibile vista la situazione in classifica. 

E tutti gli onori in più vanno a te che non hai pensato tanto a leccarti le ferite nel dopo-partita, manifestando irritazione solo di fronte all’ennesima annotazione sulla questione della rosa corta. E che sicuramente non hai bisogno di fare piazzate per sottolineare le tue richieste alla società, come qualcuno vorrebbe credere o far credere a chi abbocca facilmente, anche perché già prima del match eri stato più chiaro che mai: mancava poco che ti affidassi alla saggezza popolare toscana, a quel famoso detto ‘senza lilleri ‘un si lallera’, per far capire che c’è poco da inventarsi senza avere grosse disponibilità economiche (che poi a gennaio, la storia insegna, a poco servono e talvolta quando vengono spese non portano effetti così benefici), senza star lì a tornare sulle ormai famigerate questioni che dovrebbero essere note ma diventano sempre una scusa per aizzare dibattiti da bar. Insomma, chi deve sapere cosa e come fare lo sa e questo dovrebbe bastare.

Ora che arriva la tanto benedetta sosta, ci sarà tempo per farsi ubriacare da tutte le voci, gli spifferi, le burrasche inerenti al mercato (anche se francamente risulta difficile capire come potrebbero muoversi non solo l’Inter, ma anche tutte le altre squadre di primissima fascia di questo campionato, ma si sa che i colpi di scena sono sempre dentro l’angolo). Preferiamo adesso tornare su quanto detto dalla partita di Firenze. Cosa ha detto la sfida alla Fiorentina di Stefano Pioli? In buona sostanza, nulla di nuovo rispetto a quanto si sapesse già: ovvero, che l’Inter continua a denunciare problemi di fiato e soprattutto di idee di gioco, oltre che di interpreti.

Ma nonostante ciò, la fase difensiva continua a tenere botta, e visti i precedenti non è certo una cosa di poco conto. Malgrado la mole di gioco dei viola, ispirati da quell’iradiddio di nome Federico Chiesa, giocatore potente e raffinato al tempo stesso, il reparto ha retto abbastanza bene e i veri pericoli per Samir Handanovic sono arrivati praticamente solo nella fase finale, quando Stefano Pioli ha gettato cinque giocatori offensivi all’arrembaggio. Il rovescio della medaglia, purtroppo, è rappresentato da un attacco che continua a denunciare un pericoloso stato di coma: venerdì sera si è svegliato Mauro Icardi, ma l’assist per il gol del momentaneo vantaggio gli è stato servito, va detto, da Marco Sportiello e dalla sua respinta non irreprensibile sul primo colpo di testa dell’argentino. Per il resto, Ivan Perisic ha spento la luce dopo la tripletta col Chievo e la corrente viaggia a preoccupante intermittenza, Borja Valero dà quel che può, l’esperimento Joao Mario esterno alto ha fatto più danni che altro e meno male che su quel fronte Joao Cancelo continua a fornire rendimenti sempre più importanti, e Antonio Candreva in pochi minuti sul campo ha sì provato a tenere la squadra alta ma ha avuto anche la colpa di un raddoppio gettato alle ortiche in malo modo.

Il pari di Firenze non è scandaloso, del resto era ben chiaro che la squadra di Pioli era lontanissima parente di quella affrontata a San Siro all’alba del campionato. Come non ci si può certo mangiare i gomiti per aver costretto al pari la Juventus a casa propria e la Lazio che tanta paura avrebbe dovuto fare; con l’Udinese è arrivato un ko ma prima che i friulani facessero valere la migliore condizione ci fu un primo tempo che nessuno avrebbe potuto recriminare se si fosse chiuso coi nerazzurri ampiamente avanti, solo col Sassuolo è arrivata una battuta d’arresto quella sì brutta nei modi prima ancora che nel risultato.

Il rendimento in classifica rimane comunque più che buono, nonostante Roma e Lazio rimangano sempre col fiato sul collo e il fatto che alla fine della musica due delle tre troveranno la sedia che porta in Champions (perché quello è l'obiettivo, basta farsi ammaliare dai miraggi di qualcosa d'altro), mentre l’altra rimarrà col cerino in mano crea qualche apprensione. Ma cedere all’umoralità sarebbe peccato mortale, anche perché Spalletti sta facendo perfettamente il suo, cercando di ovviare ai limiti numerici della rosa con l’importante lavoro di valorizzazione di alcuni elementi, specie in difesa: Yuto Nagatomo pare ormai riconsegnato a una nuova dimensione, Davide Santon nonostante un passaggio a vuoto ha recuperato fiducia e convinzione. Ma soprattutto, Spalletti ha saputo ottenere grandi cose da chi le ambizioni in qualche modo si è ritrovato quasi costretto a tenerle sopite.

Tante, forse troppe, se ne sono dette, negli ultimi anni, sul conto di Andrea Ranocchia. E in effetti, il suo cammino in nerazzurro è stato costellato di macchie più o meno vistose nelle prestazioni offerte, che hanno dato adito a ironie, quando non a commenti pesanti e sgradevoli. Ai quali, però, il difensore ha quasi sempre saputo reagire con una calma e un distacco quasi metafisico, preferendo impegnarsi per cercare di dare il suo contributo non appena ci fosse stata l’occasione. E quando tale occasione è arrivata, Ranocchia ha dato tutto, cercando fin quando possibile di dimenticarsi anche del dolore causato dal trauma patito nel match contro la Lazio e riacutizzatosi venerdì. Nonostante il male lancinante, Ranocchia ha difeso, combattuto, recuperato palloni; ha corso come un matto per riprendere la posizione ogni qual volta la mediana interista veniva presa in infilata dalle iniziative gigliate, con l’aiuto di un Milan Skriniar che gli dei del pallone lo conservino sempre intonso. Quando è uscito lui, costretto ad arrendersi sicuramente controvoglia, la Fiorentina si è riversata in avanti trovando alla fine il meritato pari. Lungi da qui dire che Ranocchia è diventato all’improvviso il difensore migliore del mondo, ma la dimostrazione di abnegazione, di dedizione alla causa, di sopportazione fanno sicuramente letteratura in questa stagione nerazzurra.

Adesso, ci si ritrova a subire l’apprensione per le sue condizioni fisiche, con un Joao Miranda il cui recupero non sembra così scontato (il polpaccio è una brutta gatta da pelare, si sa) e con la prospettiva di dover di nuovo inventarsi la difesa in vista dello spareggio Champions con la Roma, perché, con tutto il bene che si può voler loro, per Alessandro Bastoni l'eventuale debutto con la maglia dell’Inter in un match così sarebbe una vera e propria sfida e Manuel Lombardoni oggi giocherà un Inter-Roma ben più importante dal suo punto di vista, quello che mette in palio la Supercoppa italiana Primavera. Ma oltre agli uomini, in vista della sfida ai giallorossi va recuperata quella cattiveria e quella voglia di lottare della quale Mauro Icardi ha denunciato la scomparsa al termine della sfida del Franchi (a mo' di sprone e null'altro). Ma forse non c’è bisogno di scomodare ‘Chi l’ha visto?’, e Ranocchia lo insegna. 
 

Sezione: Editoriale / Data: / articolo letto 14903 volte
Autore: Christian Liotta / Twitter: @ChriLiotta396A