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Bengtsson: “Ecco perché ho tentato il suicidio. Il libro una vera terapia”

Bengtsson: “Ecco perché ho tentato il suicidio. Il libro una vera terapia”

L'ex centrocampista dell'Inter ripercorre il suo incubo a pochi giorni dall'uscita del film ispirato alla sua storia

Stefano Bertocchi

Dalla depressione al tentato suicidio. Il libro 'Nell’ombra di San Siro' scritto dall'ex Inter Martin Bengtsson, dove racconta la sua storia, adesso è diventato un film: 'Tigers': "È bellissimo, emozionante, travolgente - racconta lo svedese a SportWeek -. L’ho visto per la prima volta quando è stato presentato a Roma. Avevo seguito tutta la lavorazione del film ma mi sono commosso comunque, il protagonista e gli altri attori sono bravissimi e penso che Ronnie sia riuscito a descrivere tutto molto bene, forse anche meglio di me! D’altronde il libro l’ho scritto quando avevo 19 anni, ora che sono adulto vedo anche altri aspetti".

Lei già da bambino sognava di giocare in Italia, vero?

"Sì, volevo giocare nel Milan, scendere in campo a San Siro. Sono diventato bravo molto presto, a 16 anni ero già nell’Allsvenskan, la Serie A svedese, nell’Örebro SK. Tutti parlavano di me, ero sempre sui giornali, tutta la mia vita era il calcio. Avevo un’enorme autostima. Prima di andare all’Inter avevo provato nel Chelsea e nell’Ajax ma poi, quando i nerazzurri mi hanno chiamato, non ho esitato. L’Italia era il mio sogno, mi sono detto che da bambino avevo soltanto sbagliato i colori della maglia".

Poi però è diventato un incubo...

"Avevo iniziato bene, segnato subito: mi divertivo. Dopo un po’ sono iniziati i problemi. I dirigenti dell’Inter mi avevano promesso tante cose che poi non hanno mantenuto: un appartamento, invece dovevo vivere insieme agli altri ragazzi della Primavera. E soprattutto le lezioni di italiano, la possibilità di andare a scuola. La lingua è tutto, mi sentivo tagliato fuori. Stavo sempre peggio. Poi ho avuto un piccolo infortunio e per due settimane non sono potuto scendere in campo. Lì ho avuto una crisi esistenziale: la mia identità era basata sul calcio e se non giocavo, chi ero?".

Perché poi è tutto peggiorato?

"Alcuni ragazzi della mia squadra avevano fumato marijuana, così hanno iniziato a controllarci ancora di più: l’ambiente era pesante, duro. Sicuramente c’entrava anche la mia personalità: in quegli ambienti si aspettano ragazzi tutti uguali, ma non può essere così. Io ero sempre più depresso e così ho tentato il suicidio. Quando mi sono svegliato in ospedale a Milano è stato bruttissimo. Sono tornato in Svezia e mi sono ripreso con l’aiuto di una psicologa, Barbro, e anche di altre persone. L’Inter mi ha cercato ma non ho più voluto tornare. Dopo due anni ho provato a giocare di nuovo nell’Örebro e stavo andando pure bene. Una mattina, dopo una bella partita, leggendo sul giornale ”Martin Bengtsson sta tornando forte come prima”, ho pensato: no, no, non voglio affatto tornare. E così ho deciso di smettere con il calcio. Già avevo iniziato a scrivere, a fare altre cose e sono andato a vivere a Ber- lino per un periodo, dove ho conosciuto Ronnie, il regista: siamo diventati amici ed è allora che mi ha detto che voleva fare questo film".

Quanto l’ha fatta sentire meglio scrivere il libro?

"Molto, sembra un cliché ma è stata una vera terapia. A quel tempo si parlava tanto di me e tutti tendevano a darmi la colpa. Dicevano che ero debole, che ero un tipo strano, stupido, che mi avevano molestato nella doccia, ho sentito di tutto. Il calcio è un mondo molto maschilista, i ruoli sono ben determinati. Si raccontavano un sacco di bugie e scrivendo il libro ho preso in mano io la situazione, raccontando la mia storia".

Secondo lei il suo film può far cambiare qualcosa nel mondo del calcio?

"Intanto spero che la gente lo vada a vedere perché è davvero bello ed emozionante, al di là del messaggio. Che il regista Ronnie Sandahl, uno che ama lo sport (ha fatto anche un film su Björn Borg, ndr), ha trasmesso bene, perché sa vedere i problemi di quel mondo. Io spero che i giovani si prendano più cura di loro stessi e capiscano che se non ce la fanno non si devono buttare via, e che i club imparino a pensare a come far stare bene i giocatori: hanno un sacco di esperti per il fisico, ma chi cura l’anima?".

Ha conosciuto Ibrahimovic, che come lei è venuto fuori molto giovane?

"L’ho incontrato solo una volta, quando ho fatto il provino per l’Ajax e lui giocava là. Abbiamo parlato, è stato gentile. Lui ha fatto un salto di classi, come si dice in Svezia, tremendo. È cresciuto senza soldi, in un ambiente duro, ma ha lottato tanto. Zlatan magari sembra essere un super uomo, che non ha debolezze, invece è sensibile, il contrario del cliché mediatico che vogliono farci vedere. Credo che anche il suo film, che uscirà l’anno prossimo, sarà bello e importante e farà vedere le cose vere della sua vita".

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