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Branca: “Il Triplete un orgoglio, Mou unico”. Poi l’aneddoto sul lettino di Kiev

TURIN, ITALY - SEPTEMBER 16:  Marco Branca of FC Internazionale Milano prior on the Serie A match between Torino FC and FC Internazionale Milano at Stadio Olimpico di Torino on September 16, 2012 in Turin, Italy.  (Photo by Claudio Villa/Getty Images)

L'ex ds nerazzurro ricorda: "All’intervallo stavamo perdendo. C’era questo lettino di acciaio puro, una settantina di chili. Finita la sua arringa, José lo ribaltò"

Stefano Bertocchi

"Non ho rimpianti. Mi sono accettato dall’inizio per quello che ero. Non mi sono mai torturato per i miei limiti". Parola di Marco Branca, ex ds dell'Inter intervistato dal Corriere dello Sport nel giorno di Roma-Inter e della sfida di José Mourinho contro il suo passato. Ecco alcuni stralci della lunga intervista. 

Pescatore di perle. Il talento assoluto?  

"All’Inter mi occupavo dei grandi ma beccai un sedicenne pazzesco. Impressionante. Destro e sinistro indifferentemente. Era Coutinho".

Rimpianti zero. Con la nostalgia come siamo messi? Undici anni dal Triplete all’Inter del 2010.

"Nessun tipo di nostalgia. Sento molto grande, questo sì, l’orgoglio per il privilegio di essere stato nel posto giusto al momento giusto, facendo le cose giuste".

Ammiro l’immodestia. Il fattore Branca in quell’impresa?  

"Le percentuali non mi sono mai piaciute. Ho troppo chiaro il concetto di squadra che a molti invece sfugge o se ne appropriano indebitamente".

Raccontalo.  

"Lo stato di grazia di un gruppo sta nel presidente giusto, nel direttore giusto, nell’allenatore giusto, nei giocatori giusti, in tutto lo staff giusto. Ho fatto parte di questa alchimia. Di questo incastro perfetto in cui tutti abbiamo reso al massimo".

Pezzo importante di quel mosaico e quanto artefice?  

"Non scendo nel dettaglio di centinaia di decisioni che ho favorito. Basti dire che mi occupavo della costruzione della squadra e della sua gestione. Concetto spesso sottovalutato dai dirigenti di oggi. La buona gestione porta punti".

Moratti l’ultimo grande presidente?  

"Assolutamente sì, dopo di lui il buio".

Moratti chiama, in tutti i sensi, José Mourinho. Il tuo Mourinho.  

"Dal primo incontro, subito la percezione di un uomo stimolante, arguto, mai banale".

Tra i cinque più intelligenti mai incrociati nel mondo calcio?  

"Assolutamente. Stupefacente la velocità del pensiero con cui arriva alle sintesi. Per essere stimolante, José ha bisogno di avere intorno persone stimolanti. Gente che dice quello che pensa e non quello che lui vorrebbe sentirsi dire".

Tu eri uno di quelli?  

"Mai detto che stava sbagliando o meno. Gli esponevo il mio punto di vista. Il suo talento era di ascoltare e sintetizzare. Mi sono trovato alla grande con lui. Conosci gli allenatori, lui non è mai stato ossessivo con me nel periodo dei mercati. Via via ci siamo annusati e conosciuti, fino a quando bastava un nulla per capirci".

Il più grande tra tutti gli allenatori vissuti tra calciatore e dirigente?  

"Sicuramente, nessun dubbio".

Cosa lo rende unico? 

"La velocità di pensiero applicata a una grande qualità. Terribile. E la capacità di lavoro. Dalle sette del mattino s’informa su ogni cosa, sul mondo. Arriva all’allenamento preparato al massimo con tutto quello che può servire alla sua squadra".

Continuate a sentirvi?  

"Ci siamo sentiti quest’estate. Mi sono congratulato. Mi piaceva moltissimo la scelta che aveva fatto di venire alla Roma".

Ancora convinto, a distanza di mesi, che abbia fatto bene?  

"Più che mai. Roma non è facile, lo sanno tutti. Ma, nessuna città ti fa vivere emozioni così forti. José si nutre delle emozioni che gli arrivano dagli altri. Con lui c’è una società con idee e obiettivi chiari. Diventare competitivi. Vincere è un’altra cosa".

Hanno fatto discutere alcune scelte di Mou. Il suo modo estremo, quasi feroce, di includere ed escludere.  

"Io parto dal presupposto che Mou ha obiettivi grandi. Che non sono cosa può accadere di quel giocatore piuttosto che un altro. Se fa o dice qualcosa anche molto forte è perché ha in mente solo l’obiettivo".

Una cosa di Mou che pochi sanno.  

"È un allenatore che sa essere molto affettuoso con i suoi giocatori, capace di grandi tenerezze. Mou è una persona ampia, con una grande gamma".

Conoscendolo, come si avvicinerà alla partita contro la “sua” Inter?  

"Non cambia nulla. Vuole vincere. Non c’è una partita in cui Mou non voglia spasmodicamente la vittoria. Se stravince, è ancora più contento".

Non sarà fuorviato e rammollito dal turbamento?  

"Sarà concentrato ferocemente, più che mai, per tirare fuori il massimo da sé e dai suoi".

Il suo calcio non è al passo con i tempi?  

"Per me José è attualissimo. È un allenatore completo, certo con le sue corde, ma capace di adattarsi a qualunque contesto. Lo vedo alla Roma attuare schemi che da noi all’Inter non faceva quasi mai".

Memorabile con lui… 

"Scendere negli spogliatoi tre minuti prima dell’intervallo e poi assistere ai suoi discorsi. Spettacolo assoluto.

Raccontaci l’intervallo di Barcellona-Inter al Camp Nou, la sconfitta capolavoro di José.  

"Quello fu paradossalmente tra i più tranquilli. La chiave della partita era chiara: dovevamo soffrire ed essere bravi dal punto di vista tattico. Altri intervalli furono decisamente più movimentati". Un intervallo in cui Mou ribaltò la partita?  

"Non solo la partita. Quello di Kiev contro la Dinamo di Shevchenko. Vincemmo in inferiorità numerica con un gol di Sneijder a due minuti dalla fine. All’intervallo stavamo perdendo. Mou partì con toni pacati, alzandoli via via. C’era questo lettino di acciaio puro, una settantina di chili. Finita la sua arringa, José lo ribaltò, urlando cose irripetibili alla squadra. Funzionò".

Il Mou furioso…  

"Quando va in trance agonistica non lo ferma nessuno".

Quell’addio all’Inter somigliante a una fuga, la notte del trionfo. Andarsene sulla macchina del Real. Qualcuno parlò di cinismo esagerato.  

"Probabilmente, sentiva che non sarebbe stato emotivamente preparato a un distacco dopo essere stato coinvolto in tutte le celebrazioni del Triplete. Sarebbe stato molto più difficile. Ma va bene così. Resta l’impresa enorme costruita insieme, sportivamente ed emotivamente".

La squadra. Un nome su tutti di quel Triplete?  

"Non lo dirò neanche sotto tortura. Sono stati tutti fondamentali".

Quell’Eto’o che accetta di sgobbare su e giù per la fascia…  

"Decisero a gennaio con Mourinho di farlo...  Il fatto rilevante del Triplete fu di aver vinto con sei titolari nuovi rispetto all’anno prima. Una cosa che esula dalle regole del calcio. Prima si era costruita la mentalità, poi vennero gli inserimenti giusti".

Da non sognatore, un sogno tornare un giorno a lavorare con Mourinho?  

"Non so pensare ai piaceri possibili di un futuro lontano. Sono concentrato a fare bene quello che faccio oggi. Il domani sarà una conseguenza".

Ritorneresti a fare il direttore?  

"Mai all’Inter. Quando hai vissuto emozioni cosi forti non devi mai tornare, devi conservarle come una cosa preziosa".

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