ROMA, SIENA, Atalanta, Parma, Lazio, Udinese, Siena, Fiorentina, BOLOGNA, JUVENTUS, ATALANTA, Cagliari, Palarmo, Napoli, LAZIO. Abbiamo voluto ricordare in elenco, evidenziando in maiuscolo quelle subita tra le mura amiche, il "palmares" di sconfitte che hanno caratterizzato la storia del campionato 2012-13 per i nostri colori. Una scelta forte, apparentemente cinica ed autoflagellante, che in realtà muove dalla volontà di evocare in tutti noi le sfumature di tutte le sofferenze patite in questa indimenticabile stagione. Noi che abbiamo passione e memoria, senso critico ma che forse in più d'uno tendiamo a valutare nella complessità dei soli freddi dati il senso di un travaglio che non si può argomentare e trattare col mantra salmodiante delle attenuanti. Non ci sono solo artitri ed infortuni, campagne acquisti deludenti e il momentaneo declino della società dietro una Caporetto storica come quella in oggetto. Dal flashback della cronaca delle singole dèbacle crediamo emerga una realtà che invalida nell'appassionato consapevole quello stesso approccio metologico invalso da un po' che antepone le giustificazioni anche legittime in una buona parte dei casi, al fatto sportivamente rilevante e stringentemente accusatorio circa l'operato del tecnico.
L'elemento fondativo che regola il giudizio da trarre al termine o quasi di questo cammino rimanda alle troppe circostanze in cui univocamente si è materializzata l'inadeguatezza del tecnico in un composto di elementi nel quale l'inesperienza è risultata solo il detonatore di altri fattori di negatività. Negatività e impotenza sono i termini con cui si declinano i risultati devestanti dell'ultima parte della stagione. Un morbo oscuro, impalpabile ed aggressivo, che ha via via trasformato il complesso nerazzurro in un'armata in rotta incapace di ritrovare i binari della dignità, deragliando senza controllo dopo aver visto prima allontanarsi e poi dissolversi ogni singolo obiettivo possibile. Blasone, storia e indumenti di gioco nerazzurri sono patrimonio oltremodo sufficiente per alimentare la spinta motivazionale al risultato anche in carenza, o addirittura in assenza, di traguardi significativi. Compito dell'allenatore, il compito minimo, è quello di tenere fede al proprio ruolo agendo sulla leva dell'autostima di ogni singolo componente della rosa, anche nelle condizioni di difficoltà più estreme, mantenendo uno standing di gruppo competitivo. E queste sono state le condizioni nelle quali si è certamente venuto a trovare Andrea Stramaccioni. Sul quale, sino a quando l'evidenza dello sfascio lo ha reso possibile, abbiamo, con sempre minore convinzione, peraltro, apprestato un'azione di sostegno.
Poichè nessuno nega che sia opera complessa districarsi tra eventi sfortunati, una rosa complessivamente non all'altezza delle massime ambizioni ed una società impoverita anche da contrasti interni e contraddizioni, ma tutto ciò non giustifica il disarmo e la resa. Ed in prospettiva non tranquillizza-tutt'altro-sulla tenuta del tecnico nei confronti del proprio ruolo e dell'impianto che amministra. Non trova giustificazione lo sfaldamento sistematico della squadra, verificabile incontestabilmente da mesi alla prima difficoltà incontrata nel corso delle partite, il cedimento strutturale della linea difensiva anche in presenza dei titolari per difetto di organizzazione generale e di concentrazione. Un esempio per tutti il gol subito a Napoli dopo un solo minuto in un match affrontato nella premessa che, incontrando un avversario più forte, la guardia avrebbe dovuto essere da subito altissima. Risultato: reparto arretrato immobile e Cavani a tu per tu col portiere. E ci fermiamo qua solo per non infierire riportando alla memoria altri episodi clamorosi o quanto è più che sufficiente per dimostrare, una volta di più, che, persino col materiale umano mutilato dalla jella, la montagna di gol (con Handanovic in porta) incassati mal si presta alla tiritera delle scusanti.
Ripetiamo il refrain per tutti coloro che si mettessero solo ora in collegamento: Stramaccioni è uomo leale e di talento. Leale nel modo in cui ha espresso il proprio totale allineamento alle strategie in essere facendo spesso scudo col suo volto ad attacchi che chiamavano oggettivamente in causa responsabilità altrui. Questo è stato anche il suo principale -specchiato- punto di forza che ne compila il biglietto da visita per la sua carriera prossima. E', e sarà in futuro, portatore di idee interessanti e di una personalità che, ancorchè in formazione, denota tratti che gli permetteranno molto probabilmente di diventare un protagonista di primo piano del nostro calcio. All'Inter, che si appresta ad affrontare la prossima stagione con 4/5 titolari in meno e risorse che, finora, hanno consentito l'acquisizione di ottime riserve e prospetti e di qui ad agosto, chissà, però, crediamo serva altro. Maggiore saldezza in termini di esperienza nella preparazione e nella gestione delle partite, del gruppo ed un curriculum più sostanzioso in grado di corroborare non solo il lavoro quotidiano ma anche una stabile idea di gioco e,perchè no, una posizione di maggior forza nella rivendicazione delle proprie esigenze nelle negoziazioni con la società. Serve chi reimposti da zero la cura della fase difensiva in controtendenza con quanto accaduto da Leonardo in avanti e, piu' in generale, ridefisca identità tattica e quei contenuti agonistici connaturati al DNA dalla Beneamata.
Serve insomma azzerare per ripartire valorizzando diversamente le risorse a disposizione e dimenticare al più presto l'incubo che stiamo vivendo e quel modulo continuo di negatività che ha prodotto inerzia ed abitudine di fronte al peggio. Serve naturalmente molto altro, s'intende. Innanzitutto chiarezza e, in ultima analisi, una diversa declinazione della parola managerialità -come in sostanza richiesto dalla Curva Nord- da parte chi dovrà tracciare le linee guida del progetto tecnico e societario che si andrà a comporre. Ma questo è, ovviamente, un altro discorso.
Autore: Giorgio Ravaioli / Twitter: @Gravaioli
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