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editoriale

Messi, Ronaldo, e poi c’è… il saldo dell’Inter: il racconto di un calciomercato farsa

COMO, ITALY - MAY 05:  CEO of FC Internazionale Giuseppe Marotta arrives prior to the FC Internazionale training session at the club's training ground Suning Training Center in memory of Angelo Moratti on May 05, 2021 in Como, Italy. (Photo by Emilio Andreoli - Inter/Getty Images)

L'editoriale di FcInternews.it

Mattia Zangari

Si è chiusa l'altro ieri la sessione di mercato più pazza che la mente umana ricordi, la prima dopo il 'grido disperato' della fu Super League. Spacciata come transitoria, in un periodo di austerity europeo a targhe alterne, la finestra trasferimenti edizione estiva 2021 passerà alla storia come quella che ha visto Lionel Messi, diventato in vent'anni più grande del Barcellona, accettare la corte degli sceicchi del Paris Saint-Germain. Club-stato che si è permesso il lusso di rifiutare l'offertona da 200 milioni di euro del Real Madrid di Florentino Perez per Kylian Mbappé, con il serio rischio di perderlo a zero a gennaio. Paradosso di una fase del calcio in cui anche i ricchi piangono, ma solo per fare capricci puerili e non per evitare il default dell'intero sistema. Ognuno per sé, Dio per tutti, insomma: l'alleanza tra le 12 big del continente che era confluita ad aprile nella fondazione del famigerato campionato d'élite aveva interessi variegati, smascherati in tempo zero con la ritirata strategica dei sei club inglesi che, ipocritamente, in nome del popolo, hanno ritenuto fosse cosa buona e giusta godersi la loro di Superlega, la Premier. Un torneo capace di attirare il meglio fuori dal dominio di Psg e Bayern Monaco, l'altro club rimasto nelle retrovie del progetto perché fondato su un modello consolidato di autosostenibilità: no a spese folli (Haaland lascerà la Bundesliga a luglio), sì al 'saccheggio' retribuito degli avversari più temibili. Dal Lipsia, negli ultimi tre mesi, sono arrivati in Baviera il tecnico Nagelsmann (25 mln il prezzo della clausola rescissoria per liberarlo), il centrale difensivo Dayot Upamecano (40 mln) e il jolly Marcel Sabitzer (15 mln). Una strategia già applicata in Italia dalla Juve, capace di cannibalizzare la Serie A dal 2011 al 2020 anche grazie a razzie interne come quella di Higuain e Pjanic, strappati a Napoli e Roma. La gestione del dominio, però, è sfuggita di mano quando Andrea Agnelli, consapevole che la crescita economica stesse arrivando ormai al punto di saturazione, nel 2018 decise di buttarsi nell'investimento più imponente della storia del nostro calcio acquistando Cristiano Ronaldo. L'obiettivo di posizionare il marchio bianconero a un livello superiore è fallito miseramente in campo e fuori, tanto che in bacheca non è stata aggiunta nessuna Champions e la scorsa stagione non c'è stato bisogno neanche di far posto alla coppa scudetto (la decima consecutiva). Quella vinta dall'Inter, l'altro caso emblematico che dà la dimensione del valore al ribasso del pallone nostrano nello scacchiere internazionale. Il re d'Italia Antonio Conte è scappato con la corona subito dopo i coriandoli tricolore, seguito a ruota da Achraf Hakimi (inutile dire la destinazione) e Romelu Lukaku. Tre addii uguali per peso specifico, ma diversi per le motivazioni: l'ex tecnico, per esempio, ha salutato i nerazzurri per divergenza di ambizioni con la proprietà, costretta a cedere il marocchino per sistemare i conti e ben contenta di incassare 115 mln per il belga che era stato incedibile fino a prova contraria. Sì, perché, a detta dei dirigenti, il laterale doveva essere l'unico sacrificato sull'altare del bilancio: un errore di valutazione grossolano nel panorama di un mercato imprevedibile da parte dei vertici della Beneamata che è deflagrato in una pessima comunicazione verso l'esterno di fronte al tradimento dell'insospettabile Big Rom. I tempi e i modi di reazione al terremoto causato dal belga di Marotta e Ausilio sono stati comunque apprezzabili nel raggio d'azione molto corto disegnato da Suning, nonostante il saldo attivo più alto d'Europa: gli arrivi di Correa e Dzeko, a cui vanno aggiunti quelli di Dumfries e Calhanoglu, hanno seguito la tendenza tutta italiana di ricorrere a dei surrogati per sostituire degli elementi prima imprescindibili. D'altronde, è stata anche l'estate di Moise Kean in luogo di CR7, l'ex alieno atterrato sul pianeta Serie A che a cinque giorni dal gong ha forzato la mano per scappare dalla mediocrità. Alla fine del viaggio, scendendo dalla giostra del calciomercato, si può affermare senza possibilità di smentita che si sono divertiti solo i tifosi delle società più potenti del mondo, membri della cricca legalizzata dalla Uefa. Che hanno applaudito colpi del calibro di Ronaldo, Sancho e Varane (United), Messi, Donnarumma, Ramos, Hakimi e Wijnaldum (Psg), Lukaku e Saul (Chelsea), Grealish (City), Griezmann e De Paul (Atletico Madrid) Camavinga e Alaba (Real Madrid), Upamecano e Sabitzer (Bayern) ecc, ecc.

Dalle nostre parti non c'è stato spazio nemmeno per i sogni, la disillusione è stata chiara sin da principio per le 7 sorelle, figlie di un Dio minore. Per rinforzare il concetto, ecco l'elenco di alcuni dei nomi accostati all'Inter scudettata negli ultimi 61 giorni: Emerson Palmieri, Kostic, Alonso, Zappacosta, Caicedo, Nandez, Emerson Royal, Marusic, Florenzi, Lazzari, Gosens, S. Radu, Raspadori, Belotti, Silvestri, Gollini, Depay, Mathias Olivera, Pjanic, Luis Alberto, Dragowski, Sepe, Kovacic, Van de Beek, Muriel, Pessina, Jordi Alba, Bakayoko, Sergi Roberto, Bellerin, Onana, Bereszynski, Alex Tellles, Hateboer, Damsgaard, Keita Balde, Embolo, Mahele, Ahmedhodzic, Kurzawa, Stryger Larsen, Petagna, Scamacca, Zapata, Werner, Abraham, Martial, Kean, Jovic, Weghorst, Thuram, Piccoli, Villar.

Una lista che invita a una riflessione sul modo in cui vengono negoziate le notizie tra giornalisti e lettori, una trattativa malata che oggi, più che mai, fa venir voglia di esclamare: "basta con questa farsa".

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