editoriale

L’Inter, il ‘canto del cigno’ e la sorpresa di Mourinho

MILAN, ITALY - AUGUST 11: Edin Dzeko of FC Internazionale poses for a photo during his unveiling as new FC Internazionale signing at Appiano Gentile on August 11, 2021 in Milan, Italy.  (Photo by Mattia Ozbot - Inter/Inter via Getty Images)

L'editoriale di FcInternews.it

Mattia Zangari

E' stata l'estate di Lionel Messi al Paris Saint-Germain e della riammissione in seno all'Eca dei nove club scissionisti che assieme ad altri tre in una notte di aprile avevano annunciato di voler creare la Super League. Un doppio successo, politico e calcistico, per Nasser Ghanim Al-Khelaïfi che, approfittando della solida alleanza con Aleksander Ceferin, è riuscito nell'impresa di prendere il comando dell'Associazione dei club europei (al posto del dimissionario Andrea Agnelli) mentre sognava neanche troppo segretamente di costruire un super team con ex giocatori, tra gli altri, di Barcellona e Real, le due società che con la Juve non hanno smesso di coltivare il progetto di una competizione elitaria a livello continentale.

Intrighi di potere e conflitti di interesse che hanno smascherato definitivamente l'inadeguatezza del sistema che per un decennio si è poggiato sul Fair Play Finanziario, strumento che sin dalla sua nascita ha creato forti divisioni che sono esplose tutte insieme quando la pandemia ha imposto una riflessione profonda sui costi. In questo lasso di tempo, l'equilibrio competitivo è stato praticamente azzerato proprio perché i parvenu hanno scavato un gap finanziario rispetto alla vecchia nobiltà del football grazie a ricavi che alla lunga si sono rivelati se non altro discutibili. Non per la Uefa che ha chiuso un occhio su Neymar-Mbappé sotto la Torre Eiffel  nel 2017 o non è stata capace di fornire prove a riguardo della presunta colpevolezza del Manchester City dopo averlo escluso per due stagioni dalle Coppe con l'accusa di aver gonfiato le sponsorizzazioni.

E' in questo contesto, proprio nei giorni in cui si parla di FFP 2.0 con l'introduzione di salary cap e luxury tax, che va analizzata la sessione di mercato che sta stringendo ulteriormente il cerchio delle squadre che possono avere l'ambizione di vincere la Champions League. Lontano dalla capitale francese, chi non smette di spendere, nonostante i chiari di luna, sono sempre le stesse, anche perché la sterlina continua ad essere 'moneta pesante'; è cambiata, invece, la geografia dei venditori. Per esempio, il Manchester United ha comprato dal Real Madrid (Varane per 40 milioni di euro), mentre il Chelsea ha fatto la voce grossa in Viale della Liberazione versando 115 milioni di euro nelle casse dell'Inter, che all'alba di luglio aveva già perso Achraf Hakimi, per riportare a casa Romelu Lukaku. Suning, in soldoni, si è arresa di fronte al potere d'acquisto di certe proprietà dopo essere andata oltre le proprie possibilità economiche per vincere uno scudetto. Non un bel messaggio per la Serie A, depotenziata dalla formazione campione d'Italia in giù (l'esodo di top player comprende anche Donnarumma, De Paul e Romero). Succede infatti, che mentre in Inghilterra Pep Guardiola compra dall'Aston Villa Jack Grealish per 117 milioni di euro (e incontra la resistenza del Tottenham per Kane a cifre monstre), in Italia la telenovela Locatelli tra Juve e Sassuolo si sia risolta con la fantasiosa formula di prestito biennale gratuito con obbligo di riscatto a 37,5 milioni. Sulla scia di quanto già avvenuto per l'acquisizione di Federico Chiesa dalla Fiorentina nella passata stagione. Un tentativo disperato di rimanere a galla per il pallone nostrano che, come spesso capita, rinvia il problema a data da destinarsi, anche grazie alla foglia di fico di un Europeo vinto con poco 'made in Italy' a livello di club ma grazie al coraggio delle idee di Roberto Mancini e agli azzurri 'stranieri'.

Intanto, tra due giorni si alza il sipario sul campionato tricolore più incerto da tanto tempo a questa parte, in cui al vertice si corre soprattutto per arrivare nelle prime 4, per partecipare alla Champions, torneo che ormai è utopistico anche solo pensare di vincere. L'importante è partecipare, insomma, e non potrebbe essere altrimenti quando la squadra portabandiera si è dovuta cautelare sostituendo Big Rom con il solo (per ora) Edin Dzeko, un 'canto del cigno' che ha sorpreso anche José Mourinho, l'uomo che nel 2010 godeva per il Triplete e che oggi, da tecnico della Roma, accoglie come un grande colpo Tammy Abraham, esubero del Chelsea che si avvia a completare un'altra campagna trasferimenti a saldo zero tra entrate e uscite. Il dato che esemplifica al meglio cosa significhi operare in un sistema che funziona, la Premier League, con la competenza di dirigenti capaci. Due condizioni senza le quali è impossibile raggiungere risultati con una certa continuità. E il calciomercato, specchio più o meno fedele di questo status quo, continua a evidenziare una tendenza che il campo poi conferma: l'Inter, con lo scudetto cucito sul petto ma senza tre assi (Conte non va dimenticato), potrebbe essere l'ultimo esempio di una squadra ridimensionata da una concorrenza che è diventata sleale dai tempi in cui le famiglie alla Moratti hanno abdicato in favore dei club-Stato.

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