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editoriale

La Serie A è una Repubblica fondata sul rigorino (ma non per tutti)

La Serie A è una Repubblica fondata sul rigorino (ma non per tutti)

Inter ancora penalizzata da una decisione arbitrale e stavolta i 2 punti sottratti con la Juve potrebbero pesare enormemente

Alessandro Cavasinni

Una gara che poteva valere la svolta in chiave scudetto e che, invece, rischia di diventare lo snodo in senso negativo. L'Inter aveva condotto il match con una prestazione non sfarzosa, ma seria, compatta, da squadra vera. La Juventus non si era mai resa pericolosa, se non in un paio di situazione rimaste soltanto potenziali. Poi il fattaccio, il dono inaspettato. Ed ecco la frittata. Bianconeri letteralmente graziati: tra San Siro e la Roma, quattro punti che forse sarebbero dovuti essere uno. Al contrario, per i nerazzurri, dopo il rigore-beffa dell'Olimpico, un altro penalty tutto da ridere che toglie 2 punti pesantissimi.

Parliamo chiaro: questo non è più calcio. Non è più sport. E il problema è che il metro di giudizio arbitrale non penalizza in egual misura tutte le contendenti, com'è purtroppo possibile che accada, in barba alla fangosa litania del "A fine stagione tutto si equilibra". Si equilibra un corno. Bastoni salta attaccato all'avversario che indirizza il suo colpo di testa molto fuori dallo specchio della porta: tocco involontario, distanza ravvicinata, braccio piegato. Rigore. Dumfries viene anticipato di un millesimo di secondo da Alex Sandro, i due piedi si sfiorano, il brasiliano urla, l'arbitro vede e fa correre con ampi gesti, indicando pure allo juventino di rialzarsi: due minuti dopo, chiamata al VAR, rigore. Un furto. Non voluto, nessun complotto, ma tecnicamente resta un furto di 2 punti. Contro ogni protocollo e, soprattutto, contro ogni senso del gioco del calcio. Perché se quella carezza esterno piede/esterno piede bisogna essere considerata fallo, allora stiamo parlando di un altro sport. E da qui in avanti bisogna andare a vivisezionare ogni minimo contatto in area, richiamare l'arbitro centrale al monitor e assegnare il tiro da 11 metri. "Visto da vicino nessuno è normale" (cit.).

Il nuovo designatore Rocchi, a inizio stagione, strombettava ai quattro venti: "Sui rigori abbiamo chiesto una soglia alta, devono essere molto seri". Dichiarazioni forti, che seguivano quelle precedenti del suo predecessore Rizzoli che aveva sottolineato la volontà di non vedere più "difensori come pinguini" (in riferimento ai tocchi di braccio e di mano). D'altronde, non più tardi di qualche giornata fa, dopo il (netto) fallo di Hongla su Lautaro in Verona-Inter (sul punteggio ancora di 1-1), sempre Rocchi aveva espresso la sua approvazione per il mancato ricorso al VAR: "Abbiamo chiesto ai ragazzi di non dare quel tipo di rigore". Ebbene: tra Lazio-Inter e Inter-Juve, è successo tutto l'opposto. Così, d'incanto. Orientamenti nuovi di zecca, forse spuntati fuori da un tombino.

Domenica sera, nella moviola DAZN, è stato spiegato proprio questo, ossia come quanto accaduto a San Siro sia stata una violazione del protocollo: con Mariani che aveva visto e valutato, Guida non doveva richiamarlo al monitor. E hanno ragione anche Di Canio, Bergomi e Capello che, su Sky, al di là del protocollo e dei tecnicismi vari, hanno esplicitato piuttosto chiaramente la loro idea: non solo non era un caso da VAR, ma non era proprio fallo. In Europa ti ridono dietro. E infatti poi nelle coppe spesso le italiane restano deluse dalle direzioni arbitrali.

Ma poi la rabbia passa e la classifica rimane. E l'Inter resta penalizzata in modo molto grave. Perché la Sere A è una Repubblica fondata sul rigorino (ma non per tutti).

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