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editoriale

Il senso di un rinnovo nell’era Al-Khelaifi

MILAN, ITALY - MAY 23:  Romelu Lukaku and Lautaro Martinez of FC Internazionale pose with the trophy for the victory of "scudetto" at the end of the last Serie A match between FC Internazionale Milano and Udinese Calcio at Stadio Giuseppe Meazza on May 23, 2021 in Milan, Italy. Sporting stadiums around Italy remain under strict restrictions due to the Coronavirus Pandemic as Government social distancing laws prohibit fans inside venues resulting in games being played behind closed doors (Photo by Claudio Villa - Inter/Inter via Getty Images)

L'editoriale di FcInternews.it

Mattia Zangari

Archiviata la sessione di mercato in cui ha ribadito con una certa aggressività il suo potere politico-economico nel mondo del calcio, Nasser Al-Khelaifi, lunedì scorso, ha smesso i panni di presidente del Paris Saint-Germain per vestire quelli di numero uno dell'Eca aprendo a Ginevra i lavori della 26esima assemblea generale dell'associazione dei club europei. Una due giorni in cui il qatariota, con la sponda del capo dell'Uefa Aleksander Ceferin, ha illustrato la nuova geografia del football a livello continentale: da una parte quelli che rispettano l'ente regolatore, dall'altra i dissidenti che sono ancora in tempo a ravvedersi dopo aver commesso con la fondazione della Super League il peccato più grave. Una divisione manichea con cui Al-Khelaifi si è arrogato il diritto di definirsi il 'buono' della storia, capace anche di saper perdonare: "Bisogna fidarsi (dei nove club fondatori che hanno ripudiato il progetto Super League ndr), li abbiamo riaccolti in famiglia. Sono membri come gli altri, si sono scusati e sono dispiaciuti per quello che hanno fatto. Per noi è il passato e stiamo lavorando insieme a loro per costruire il futuro del calcio", il discorso pronunciato davanti ai media. Poche ore dopo l'elezione strategica di Alessandro Antonello, Daniel Levy e Miguel Angel Gil come nuovi membri del board Eca. Una narrazione romanzata dei fatti, ancora più favoleggiante dell'idea di un torneo d'élite che è rimasto solo su carta (per ora). Sì, perché qua il racconto è riferito al mondo reale, al sistema calcio che è e sarà per chissà quanti anni. Un mondo i cui confini regolamentari restano indefiniti per colpa di un evidente conflitto di interesse: Al-Khelaifi, incalzato dalle domande scomode dei giornalisti, ha dribblato l'argomento scottante relativo al Fair Play Finanziario 2.0, quello del salary cap e della luxury tax che potrebbe favorire ulteriormente i club-stato. Di questo e altro si discuterà tra oggi e domani nella stanza dei bottoni di Nyon, luogo che attirerà su di sé gli occhi di tutti gli appassionati che aspettano di sapere se le anticipazioni date dai colleghi del Times (no al break even, i club potranno spendere al massimo il 65-70% dei ricavi per stipendi, agenti e calciomercato) corrispondono al vero. Niente di rivoluzionario, anzi: così stando le cose, i rapporti di forza attuali verrebbero consolidati. Chi ha più ricavi, o è così abile da usare 'creatività' nel generarli, avrà sempre un vantaggio competitivo rispetto agli altri. Quanto alla 'tassa sul lusso', a differenza del passato, gli azionisti saranno liberi di sforare il tetto con iniezioni di capitale a patto di pagare una multa che poi verrebbe redistribuita nel sistema.

E' in questo contesto che potrebbe trovarsi a operare un dirigente di una qualsiasi società di Serie A, ormai provincia di un impero fondata sui petroldollari. Prendete ad esempio Beppe Marotta, amministratore delegato dell'Inter, tra i più scafati su piazza in Italia; uno che, negli ultimi due mesi, si è visto costretto prima a sacrificare sull'altare del bilancio Achraf Hakimi e poi ad accettare di cedere Romelu Lukaku per la mastodontica somma di 115 milioni di euro a un contender con più forza economica come il Chelsea. L'ex Juve ha semplicemente eseguito un ordine arrivato da Suning che, per provare a vincere, è andata oltre le proprie possibilità finanziarie. Con il risultato di avere uno scudetto in più in bacheca, ma due top player (oltre ad Antonio Conte) in meno. Un rischio non calcolato che tra non molto potrebbe assumere le sembianze pericolose della 'schiavitù del monte ingaggi' attraverso cui è già passata la Juve dopo l'acquisto di Cristiano Ronaldo. L'ambizione crescente obbliga le società fuori dalla cerchia degli ultraricchi a tenersi i migliori con rinnovi e adeguamenti sempre più fuori mercato con cui a un certo punto bisognerà farei i conti. Ecco perché le notizie dei prolungamenti quasi ufficiali di giocatori chiave come Lautaro Martinez devono essere accolte con favore solo se nel lungo periodo non inficeranno la sostenibilità aziendale del club di Viale della Liberazione.

"Il rinnovo di Lautaro? Siamo a buon punto, così come per gli altri. Da questo punto di vista grossi problemi non ne abbiamo", ha dichiarato il CEO sport della Beneamata a margine di un evento a Forlì martedì scorso. A quasi 700 km di distanza, nella sede dell'Uefa, nelle prossime ore capiremo il senso di questa strategia nell'era Al-Khelaifi.

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