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editoriale

Il guizzo di tutti, l’ansia di cambiare: l’Inter di Inzaghi comincia a far parlare di sé

FLORENCE, ITALY - SEPTEMBER 21: Simone Inzaghi manager of FC Internazionale gestures during the Serie A match between ACF Fiorentina v FC Internazionale on September 21 in Florence, Italy.  (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

L'editoriale di FcInternews.it

Mattia Zangari

"Abbiamo fatto quattro vittorie e un pari, ma quest'estate si è parlato un po' meno dell'Inter". Chiusi gli ombrelloni, dopo un mercato in cui totem come Lukaku, Hakimi ed Eriksen sono stati sostituiti da giocatori 'funzionali', Simone Inzaghi ha salutato la stagione più calda dell'anno in testa alla classifica grazie ai tre punti conquistati in rimonta contro un'ottima Fiorentina. Un segnale al campionato che suona più o meno così: la mia squadra, inferiore in valore assoluto a quella che Antonio Conte telecomandava nella passata stagione, resta una candidata seria al titolo in una Serie A che si è livellata verso il basso. Tanto da portare qualche osservatore a parlare frettolosamente di 7 sorelle, lontane parenti di quelle degli anni 2000, si intende, per poi ricredersi qualche week-end dopo di fronte alle prime incertezze palesate dalle romane. E se Gian Piero Gasperini rifiuta, come da copione, la patente di pretendente al trono parlando di un'Atalanta uno-due passi indietro alle milanesi, la parola 'scudetto' è tabù soprattutto in una città superstiziosa come Napoli, dove Luciano Spalletti, con le sue proverbiali perifrasi, dice e non dice delle ambizioni dell'unica squadra finora a punteggio pieno. E la Juve? Prigioniera del suo passato da cui non ha voluto slegarsi richiamando Max Allegri, ieri si è trovata a vincere con enorme difficoltà un delicato 'scontro salvezza' con lo Spezia che la dice lunga sul cortocircuito generato dall'addio di Cristiano Ronaldo. L'unico in grado di dare una parvenza di presente accettabile a una squadra che ha rifiutato di guardare al futuro, zavorrata dai debiti e da un trascorso glorioso senza precedenti in Italia.

E' in questo contesto che si inserisce l'Inter, che ad autunno appena iniziato comincia a far parlare di sé. Ora che è il campo il giudice supremo che dà le prime sentenze definitive, è giusto cominciare a chiedersi se le prove offerte da Handanovic e compagni siano ad altezza tricolore o meno. Considerando il coefficiente di difficoltà non irresistibile delle prime cinque avversarie, si può affermare senza possibilità di smentita che l'autostima è rimasta intatta. Manca l'ossessione alla vittoria del biennio di King Antonio, ma l'approdo ai tre punti può essere raggiunto con altri mezzi come l'entusiasmo e la leggerezza. Basta non scadere nella supponenza dei campioni in carica perché questo gruppo è stato forgiato su un principio cardine: la sofferenza. Intesa come resistenza alle avversità, ai momenti di buona dell'avversario di turno o al torto arbitrale random che può capitare in 38 giornate. Nella metà campo offensiva, lo hanno notato ormai tutti, Inzaghi ha deciso di concedere ai suoi interpreti più libertà d'azione all'interno di un'organizzazione di gioco meno codificata. Ecco perché Skriniar non si fa troppi problemi a superare il centrocampo e Brozovic men che meno ad accompagnare le folate dei compagni fino all'area opposta. Movimenti dettati dalla fiducia irradiata dal tricolore cucito sul petto che generano una quantità industriale di gol fatti e sbagliati. Non è un caso che l'Inter sia andata a segno18 volte, con 11 giocatori diversi, in 450' minuti e rotti. Una varietà di soluzioni che fa rima con imprevedibilità, comunque non sufficiente a mascherare l'altro lato scuro della luna: le 5 reti al passivo, colpa di un atteggiamento in cui la componente di rischio ha una percentuale superiore rispetto agli scorsi mesi. Da capire, in chiave vittoria finale, se questa variazione tattica sul tema contiano sia stata calcolata a tavolino per ottenere il massimo dalla rosa a disposizione oppure sia frutto delle circostanze prodotte da un mercato anomalo che ha portato in dote quasi tutti i nuovi acquisti da metà agosto in poi (escluso Calhanoglu, free agent preso a luglio). Dopo neanche un mese di lavoro con la rosa fatta e finita, Inzaghi è già riuscito ad andare oltre Conte sotto diversi aspetti, ma non può – se a maggio vuole mettersi la corona di re d'Italia in testa e cucirsi due stelle sul petto – rinnegare quella semplificazione che in alcuni momenti della partita rende la giocata superiore al gioco. Senza i tre big sopracitati, succede che, in una serata complicata a Firenze, un lancio lungo di Handanovic sia l'alternativa più logica da scegliere per trasformare un pallone apparentemente innocuo nel gol del pareggio. Non c'è Big Rom a spizzarlo, ma Ivan Perisic, che allunga di testa verso Edin Dzeko, bravo a vedere con gli occhi dietro la testa l'inserimento di Nicolò Barella, prezioso nel mettere nelle condizioni Matteo Darmian di bucare Bartlomiej Dragowski. Un 1-1 che ha portato le lancette dell'orologio indietro nel tempo, congelando provvidenzialmente i cambi ormai tradizionali prima dell'ora di gioco che aveva preparato l'ex tecnico della Lazio (Dumfries e Sanchez). Il passato che ritorna non sotto forma di fantasma per spaventare, ma come guida pratica da seguire quando il nuovo non è adatto. Et voilà, il 2-1, da corner, conquistato grazie a una riconquista alta ancora di Darmian, uomo simbolo della vecchia gestione, decisivo soprattutto nel rush finale verso il 19esimo. Chissà cosa sarebbe successo, se si fossero concretizzate le due sostituzioni. Non lo sapremo mai, certo è che questa ansia di trovare il 'guizzo da tutti' di Inzaghi rischia di far perdere il filo a una squadra da troppo tempo abituata a un'altra routine. Questo è il compromesso tra vecchio e nuovo da trovare nell'arco dei 90' e dell'intera stagione. Un equilibrio che deve cominciare a fondarsi su alcuni elementi chiave senza i quali l'unico risultato possibile è l'incertezza dello stesso.

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