"Ah, da quando Sanchez non gioca più....". A costo di sembrare blasfemo, sostituendo il nome del dio del calcio italiano Roberto Baggio con quello del Niño Maravilla, Antonio Conte forse avrà canticchiato nella sua testa il ritornello di 'marmellata #25' di Cesare Cremonini. Pensando alla prima sliding door della stagione interista che si è chiusa all'88' di una partita amichevole tra Cile e Colombia in cui l'ex United si è lussato il tendine peroneo lungo della caviglia sinistra. La carriera non è a rischio, sia chiaro, l'ultima standing ovation stile Divin Codino a San Siro è ancora lontana, ma la stagione è certamente compromessa: i tempi di recupero, alla luce dell'intervento chirurgico resosi obbligatorio dopo il consulto con l'esperto prof Ramon Cugat, sono stimati in circa tre mesi. Un'eternità se rapportati ai dieci di prestito pattuiti da Beppe Marotta con i Red Devils, periodo a cui vanno sottratti trenta giorni di apprendistato in cui il giocatore ha totalizzato appena 17 minuti tra Udinese e Lazio. L'annata a tinte nerazzurre dell'attaccante di Tocopilla, di fatto, è cominciata il 28 settembre a Marassi, contro il fanalino di coda Sampdoria, in una parentesi da autentico mattatore della serata: un gol e mezzo, guizzi da fuoriclasse pre-crisi mancuniana e una simulazione in area, di cui subito il cileno si è pentito, che si è tramutata in espulsione per somma di cartellini gialli. Inter in dieci al 46' e disco di Cremonini che comincia a suonare per la prima volta: da quando Sanchez non gioca più... Che succede? I compagni reagiscono e, senza vacillare dopo il gol che accorcia le distanze di Jankto, trovano il punto del 3-1 con Gagliardini e portano a casa una di quelle vittorie che stabiliscono il confine tra grande squadra e formazione con semplici ambizioni da piazzamento.

Neanche il tempo di capire l'autonomia fisica di Sanchez parametrata ai ritmi contiani che il calendario propone una delle sfide potenzialmente più sfiancati tra quelle immaginabili: l'incrocio in Champions League con il Barcellona, nel tempio del Camp Nou mai profanato nei 32 incontri europei precedenti. Proprio grazie alle abilità associative di Sanchez e Lautaro, più una strategia di costruzione dell'azione dal basso ben eseguita da tutti gli interpreti, Handanovic compreso, l'Inter mette in campo una prestazione all'altezza della situazione per un'ora. Va in vantaggio con un gol flash del Toro, crea situazioni per raddoppiare il vantaggio (Ter Stegen super), per poi farsi raggiungere nel secondo tempo dalla volée spietata del Pistolero che spara sulle ambizioni di impresa degli italiani, finalmente padroni del campo in territorio spagnolo come non accadeva da quel Real-Juve 1-3 dell'11 aprile 2018. In mezzo alla direzione di gara discussa dell'esperto arbitro Skomina, che ha provocato disagio in Conte, e alle polemiche scaturite dopo il padre di tutti gli episodi da Var (il presunto fallo da rigore di Arthur su Sensi) ecco la sostituzione che determina la resa incondizionata dei nerazzurri. Al minuto 66', il tecnico leccese fa segno a Sanchez di tornare in panchina, mandando in campo Gagliardini per quella che non può essere definitiva diversamente da 'mossa difensiva'. Il sostituto naturale, guardando al ruolo, sarebbe dovuto essere Politano, che invece ha fatto il suo ingresso in campo al 79'. Giusto in tempo di mostrare la sua inefficacia offensiva su determinati palcoscenici a cui fa contraltare il cinismo del 9 uruguagio, che manda a vuoto con un movimento il compagno di Nazionale Godin e poi fulmina Handanovic. Da quando Sanchez non gioca più? Anche portare a casa il pari con l'inerzia della gara a favore dei padroni di casa è impossibile. Poi si aggiunga l'assenza di Lukaku e la spiegazione sull'esito della partita è presto data.

Non era per nulla scontato, invece, il pronostico del derby d'Italia alla vigilia del duello al vertice andato in scena a San Siro ormai più di dieci giorni fa: nonostante le fatiche europee, l'indisponibilità per squalifica di Sanchez e il ritorno in campo di un Lukaku ancora lontano dalla miglior forma, per una volta l'1 in schedina non era un'ipotesi così peregrina. Almeno fino a quando Dybala, dopo neanche 4', ha mandato il primo segnale di supremazia della Vecchia Signora. Che in realtà poi non ha avuto un seguito così clamoroso, se non in coincidenza con la traversa colta da Ronaldo; al 18', Lautaro, la costante di questa equazione che mette in correlazione l'Inter alla vittoria, è glaciale dagli 11 metri e riporta tutto in equilibrio. Rinviando la sentenza di qualche minuto, magari con qualche prova in più che arriva puntuale sotto gli occhi di quel giudice inflessibile che assegna i tre punti: senza Sanchez, l'Inter si scopre di nuovo squadra senza ricambi all'altezza del cileno in attacco né può ridisegnarsi diversamente a livello tattico a causa di un altro forfait doloroso, quello di Stefano Sensi. Nei secondi 45 minuti del Meazza, Conte non riesce a portare nuovi argomenti alla difesa per impedire la condanna alla seconda sconfitta in stagione, con l'aggravante della sosta a rimandare la reazione di due settimane.

In mezzo, guarda caso, l'imprevisto che ti aspetti ma non ti auguri così crudele: lo stadio José Rico Pérez di Alicante diventa la Caporetto più pesante per Conte, che ha perso una battaglia che non ha mai combattuto, oltre al soldato con il quale avrebbe affrontato la guerra più complicata da quando siede sulla panchina dell'Inter: costruirsi la strada verso gli ottavi di Champions con almeno 4 punti nel doppio impegno con il Dortmund e stare in scia alla Juve fino al giro di boa del campionato. Il turning point impone la solita domanda: da quando Sanchez non gioca più, che Inter sarà? Sicuramente sarà domenica ancora una volta, essendoci il Sassuolo, poi arriverà il mercoledì di Champions e via via tutti gli impegni fino al 2020. Senza Sanchez ma con Sebastiano Esposito, il ragazzo prodigio della cantera che deve stupire il mondo come il vecchio Niño Maravilla. Si riparte da chi c'è, senza dar spazio agli alibi e per dar torto agli assenti che hanno sempre ragione. Come Icardi, che una volta lontano da Milano - per alcuni media - diventa il sinonimo di rimpianto, mentre Lukaku - presentissimo in campo e nei pensieri di Conte - un affare sbagliato. Fuffa per King Antonio, che ha sempre anteposto il gruppo al singolo in tutta la sua carriera in panchina. E in cuor suo ha già la risposta alla domanda ricorrente di queste ore 'da quando Sanchez non gioca più?': va in campo comunque l'Inter. 

Sezione: Editoriale / Data: Gio 17 ottobre 2019 alle 00:00
Autore: Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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