C’è chi dice no, c’è chi dice no, io non mi muovo… Cantava così Vasco Rossi nel 1987, con un testo che iniziava così: "C’è qualcosa che non va". A distanza di ben 33 anni, in un contesto tutt’altro che sonoro, ma piuttosto fastidiosamente rumoroso, c’è chi dice no. Quel qualcuno si chiama Beppe Marotta, lo stesso che un "No" lo aveva già pronunciato, ironia della sorte, proprio a febbraio ma del 2020, quando all’indomani del primo caso in Italia di Covid-19 c’era chi pretendeva di giocare Juventus-Inter con tanto di pubblico. L’ad nerazzurro all’epoca non si fece scrupoli a dire e ribadire in ogni dove che l’Inter non sarebbe stata disposta a mettere a repentaglio la salute dei propri atleti, tantomeno dei propri tifosi. E dopo polemiche, opinioni contrastanti, bracci di ferro e un trambusto indicibile, lo svolgimento naturale delle cose finì per dargli ragione. E mentre allo Stadium si finì per giocare a porte chiuse una partita memorabile, passata alla storia come il derby d’Italia più insulso e strano di sempre, l’Italia si accingeva a quella che sarebbe stata la più grande crisi sanitaria degli ultimi 70 anni. 

Il prosieguo è piuttosto risaputo, l’epilogo altrettanto. Epilogo? Quale epilogo? Dopo quasi tre mesi infatti non si è ancora trovata una soluzione condivisa per le sorti di una stagione ormai a tutti gli effetti mutilata. Un’unità d’intenti convenevolmente dichiarata ma mai realizzatasi davvero e dalla prima spaccatura tra chi votava sì alla ripartenza e chi avrebbe preferito troncare un campionato comprensibilmente ritenuto finito, si è arrivati ad un’ennesima battuta d’arresto proprio sul più bello. Dopo innumerevoli intoppi sulle varie controversie che il periodo di emergenza ha generato, i tentativi per la ripartenza sembrano ciclicamente scontrarsi con problematiche che di volta in volta appaiono uno scoglio sempre più arenante di una nave che ogni giorno arrugginisce sempre più. 

La diatriba in merito al protocollo sanitario da applicare alla Serie A sembrava essere l’ultimo bullone da stringere prima di collaudare l'imbarcazione. Sembrava appunto… Perché i bulloni da revisionare tornano ad essere molteplici anche dopo la decisione di procedere con l’applicazione del protocollo varato dal Cts che rassicurava il Governo. E anche l’ok di Spadafora all’adeguamento delle norme sanitarie, che suonava a mo’ di triplice fischio di una nave che s’accingeva finalmente a mollare gli ormeggi e salpare verso il 13 giugno, data scelta per il fantomatico inizio, è finito per essere il triplice fischio di una gara sospesa per l’ennesima volta. Timeout. Invasione di campo. 

Irrompe prima la Uefa che da Nyon lancia la freccia in direzione via Rosellini, colpevolizzando l’Italia di aver scelto un percorso vilmente mirato a “dire ‘stop’ implicitamente e senza volersi esporre, poi l’Aic e a ruota l’Inter che rompe gli indugi. È ancora Marotta, come tre mesi fa, a suonare le note di Vasco: C’è qualcosa che non va. "O il protocollo della Figc sulla ripresa degli allenamenti sarà profondamente revisionato oppure l'Inter non andrà in ritiro. Previsioni Figc inapplicabili e poco sensate". Del canto di Vasco però non solo l’Inter, ma anche altri club, tra cui i cugini rossoneri. Come si legge nella nota dell’Aic infatti “le modalità di gestione delle eventuali positività di un membro del ‘gruppo squadra’, così come definite dal nuovo protocollo, non sembrano idonee a garantire la conclusione del campionato; esiste il concreto rischio di doversi fermare nuovamente non appena si potrà tornare in campo, vanificando così tutti gli sforzi profusi". Che in soldoni vale a dire prefigurare il rischio di salpare, salvo poi naufragare in mezzo al mare. Quello che vorrebbe scongiurare il presidente federale Gabriele Gravina che però ha spiegato come sia effettivamente difficile trovare strutture ricettive adeguate per tutti i club in modo da permettere loro di rispettare il ritiro.

Con un simile scenario il naufragio sembrava inevitabile fino a qualche ora fa, quando il Ministro dello Sport Spadafora, che in questa telenovela ha giocato il duplice e altrettanto versatile ruolo dell'aiutante e dell'antagonista a seconda del momento, ha lanciato una scialuppa di salvataggio: "Se la Figc ritiene che non ci siano le condizioni per isolare la squadra, va bene, non autoisolino la squadra e si adattino alle regole del resto degli sport, che sono quelle del distanziamento. Se gli allenamenti così per come li avevano previsti non possono ricominciare, ne riparliamo purché si riparta. Se tutto questo va in successione, non vedo perché il 13 non si possa ripartire". Al 'no' di Marotta e compagnia cantante arriva dunque una risposta che, ancora una volta, capovolge gli scenari e ridisegna le mappe di una navigazione di cui si conosce il percorso, ma non quante siano le possibilità di raggiungere la meta. Aic e Lega ora si chiedono: si troverà il timoniere abile da evitare che la nave della Serie A, ormai tanto malandata, finisca definitivamente in secca? Spadafora dice "ne riparliamo purché si riparta" e che se tutto va per il verso giusto non c'è motivo affinché il 13 non si possa ripartire. E intanto al 16 maggio, nella più totale incertezza, tra burocrazia e pareri discordanti, un vecchio giradischi pare suggerire che "c'è qualcuno che non sa più che ore sono" nell'orologio del massimo campionato italiano. 

Sezione: Editoriale / Data: Sab 16 maggio 2020 alle 00:00
Autore: Egle Patanè / Twitter: @eglevicious23
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