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Ranocchia: “Lo scudetto ripaga quanto vissuto negli ultimi dieci anni e oltre”

MILAN, ITALY - MAY 23: Andrea Ranocchia of FC Internazionale poses with the trophy for the victory of "scudetto" at the end of the last Serie A match between FC Internazionale Milano and Udinese Calcio at Stadio Giuseppe Meazza on May 23, 2021 in Milan, Italy. Sporting stadiums around Italy remain under strict restrictions due to the Coronavirus Pandemic as Government social distancing laws prohibit fans inside venues resulting in games being played behind closed doors (Photo by Claudio Villa - Inter/Inter via Getty Images)

Intervista a 360 gradi al difensore veterano nerazzurro

Mattia Zangari

"Scudetto? Ci ho sempre sperato e creduto, alla fine ci sono riuscito. Ci ho messo tanti anni però sono contento: la soddisfazione ripaga quanto vissuto negli ultimi dieci anni". Lo ha detto Andrea Ranocchia, nel corso di un'intervista realizzata da Inter tv nella Clubhouse nerazzurra di Appiano Gentile al termine del campionato.

L'esordio a San Siro non fu con la maglia dell'Inter.

"Ho fatto l'esordio in Serie A a San Siro, facemmo unagrande partita col Bari. Quell'anno lì, quello del Triplete, non si aspettavano di trovare una squadra preparata. Ci siamo divertiti, un esordio non male. Ho marcato Eto'o e Milito, dicono che la strada è segnata e bisogna solo percorrerla. Ho degli ottimi ricordi di quell'anno lì, fu tutto meraviglioso".

Esordio con l'Inter col Genoa in Coppa Italia. 

"Ero arrivato da dieci giorni, non ero ancora molto lucido. Anche quella fu una giornata indimenticabile. Fu un'emozione forte, qualche giorno prima li vedevo alzare il Mondiale per Club e poi mi sono trovato con loro: un sogno ad occhi aperti".

Marco Materazzi.

"Un grande, è stato un fratello maggiore. Mi ha fatto capire che quello dell'Inter non ero uno spogliatoio normale, ho visto subito che era un gruppo particolare. Non mi ha bullizzato (ride ndr), è stato d'aiuto per me anche se abbiamo giocato poco insieme. Ho preso il suo numero, mi ha detto che sarebbe stato contento l'avessi preso io. Il 13 lo aveva Maicon, non era facile toglierglielo".

Coppa Italia.

"C'erano stati dei problemi con Benitez, poi con Leonardo facemmo una cavalcata nel girone anche se non siamo riusciti a vincere lo scudetto per poco. Arrivò la Coppa Italia, un trofeo che va sempre bene in bacheca. Mi porterò dentro quel successo per sempre, giocare con questi giocatori ti forma".

Il salvataggio sulla linea in Bayern-Inter di Champions.

"Mi ha rincorso per tanti anni questa giocata, è stato un salvataggio fortunato ma ci ho messo anche bravura. Fu emozionante perché poi passammo il turno".

Fascia da capitano.

"Ho giocato con Zanetti per 4 anni, poi ha smesso e mi ha consegnato la fascia. E' stato un passaggio naturale, io ho cercato di portare avanti i suoi insegnamenti. Sono stati anni difficili, fascia o non fascia l'importante è quello che dai dentro e fuori dal campo. E' stato un bell'orgoglio, la fascia ce l'ho in un quadro a casa".

Esperienza all'Hull City

"In Inghilterra è stata la mia rinascita da calciatore: avevo bisogno di staccare dall'Italia, mi sono divertito, ho fatto molto bene. Mi sono tolto soddisfazioni, mi sono ritrovato e sono tornato diverso e migliorato. Ho cambiato modo di approcciare il calcio e tutte le situazioni, avevo più consapevolezza. Ho affrontato tanti giocatori forti nel campionato più bello del mondo, mi sentivo bene: è stata una boccata d'ossigeno".

Il ritorno all'Inter e il gol al Benevento.

"Quando ho fatto gol, avevo paura me lo annullassero perché Eder mi prese in giro dicendo che me lo avevano tolto col Var. Avevo più consapevolezza e autorità quando sono tornato: ho sempre cercato di portare positività all'interno del gruppo squadra. Prima ero più ragazzino, dopo sono tornato un po' più adulto perché avevo 29 anni. Quando il gruppo ti riconosce con dei gesti, vuol dire che stai dando qualcosa".

Il 2-3 dell'Olimpico contro la Lazio che vale il ritorno in Champions.

"Partita stranissima, contropiedi su contropiedi. Noi dovevamo vincere e basta, io entro per fare la punta e segniamo. Eravamo a corto di attaccanti, quindi mi sono adattato e divertito: il brutto era che se Spalletti mi metteva in campo voleva dire che non stava andando bene. Con la Lazio ho provato una delle emozioni più grandi, perché il gol arrivò allo scadere: non fu come vincere lo scudetto, ma avevamo bisogno di respirare un'aria diversa, da grandi. Quel momento dopo il gol di Vecino fu emblematico".

L'esultanza della barella dopo lo scudetto.

"D'Ambrosio e Bastoni hanno avuto l'idea, mi avevano visto un po' stanco (ride ndr). Le ultime settimane sono state fantastiche, ci siamo goduti la vittoria. Si è creato un gruppo speciale, anche meglio del mio primo anno qua quando qualche campione se ne stava andando. Si respirava un clima diverso, non a caso è arrivato lo scudetto".

Tutti gli allenatori ti ritengono fondamentale.

"Questo l'ho riscontrato da loro, io sono sempre stato io. Negli anni sono maturato, ho preso confidenza con tutti, ma non sono cambiato nei modi di fare. Cerco sempre di fare il possibile perché io sono il primo tifoso di questa squadra. La prestazione in campo deve esserci quando ti viene data l'opportunità, ma io riesco anche a fare un lavoro importante fuori dal campo".

Cosa vuol dire essere pronto quando il mister ti chiama in causa?

"Le motivazioni le trovi, se sei un giocatore normale lo rimani. Se sei importante, ti devi far trovare pronto. Sono il primo a riconoscere che davanti a me ci sono giocatori forti, io devo essere pronto quando questi ultimi non possono giocare per vari motivi. E solo così si vincono i campionati. Non tutti i giocatori sono disposti a farlo, io ho sempre fatto così finché ci sarà possibilità".

Come ci si sente da campioni d'Italia?

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