Intervistato dal Corriere dello Sport, Roberto Mancini ripercorre le tappe della sua carriera che coincidono fatalmente anche con quelle della sua vita. Ecco di seguito qualche stralcio della lunga chiacchierata dell'ex allenatore nerazzurro con Walter Veltroni.

Quali sono state la gioia più grande e la delusione più grande, da calciatore?
"E’ chiaro che la sconfitta della Sampdoria nella finale di Coppa dei Campioni con il Barcellona è stata devastante. Anche per come avvenne, nei supplementari. Io non ho mai più rivisto la partita perché fu una delusione troppo cocente. Sapevamo che per noi sarebbe stata l’unica ed ultima occasione per una finale così, per cui il rimpianto e la rabbia furono immensi. Ma questo fa parte dello sport, non si vince sempre. Io ho giocato venti anni ad alti livelli e non ho momenti brutti. Sono stati tutti belli, anche le sconfitte".  

Lei ha vinto lo scudetto dovunque è andato. Sia da giocatore che da allenatore. Questa è la sua caratteristica. 
"La mia fortuna è stata aver vinto in città dove è difficile vincere o dove non avevano mai vinto. Una cosa bella". 
 
Che cosa è che non sopporta che succeda in una squadra?  
"A volte quando vedo che si allenano male. Questo può accadere. Perché può capitare un giorno che la squadra si alleni male. Questo mi dà un po’ fastidio perché a volte i giocatori sono giovani e non capiscono quanto sono fortunati. Non si rendono conto che giocare a calcio è un tempo abbastanza breve della vita e che, quando smetteranno, rimpiangeranno quei momenti. I momenti dell’allenamento, che poi sono i momenti più belli perché uno può fare quello che vuole, senza pensare al risultato".  
 
L’ultima esperienza nell’Inter. La prima era stata molto bella, salvo la conclusione. Ma quelle conclusioni sono tutte, come negli amori, spiacevoli. Invece questa seconda è stata un po’ più travagliata. 
"E’ stata comunque una buona esperienza . Io ho lavorato un anno e mezzo, abbiamo costruito una buona squadra e poi ci siamo lasciati perché secondo me non c’erano più le condizioni giuste per lavorare bene e per lavorare insieme. Poi quando si è in un momento di cambiamento, quando cambia il proprietario del club, arrivano proprietari da un altro continente che non sanno tanto di calcio italiano, diventa un po’ difficile lavorare e far capire che con poco quest’anno l’Inter poteva lottare per il vertice. Dopo un po’abbiamo capito che era meglio separarsi. Forse è stato meglio per tutti". 
 
C’è una squadra emotivamente, romanticamente, che le piacerebbe allenare una volta? 
"Romanticamente mi piacerebbe allenare la Nazionale. Per tanti motivi".  

Sezione: In Primo Piano / Data: Sab 04 marzo 2017 alle 08:30 / Fonte: Corriere dello Sport
Autore: Alessandro Cavasinni / Twitter: @Alex_Cavasinni
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