5 campionati italiani, 4 coppe Italia, 4 supercoppe italiane, 1 Champions League, 1 Mondiale per club, 1 coppa Interamericana e 1 Copa América. 455 presenze e 18 reti con quella parte di vita che nel tempo ha occupato un posto speciale nel suo cuore, al fianco di un altro grande amore calcistico: la Nazionale colombiana. Anche in questo caso i numeri sono da record con 11 presenze e 1 rete in Under-20 e ben 73 apparizioni e 5 gol con i 'grandi', lui che di questo gruppo è stato il leader incontrastato per anni, nell'avventura che ha raggiunto l'apice con la 'rete delle reti', la 'gioia delle gioie': il gol nella finale di Copa América nel 2001 che fa esplodere l'Estadio Nemesio Camacho di Bogotá con quel colpo di testa diventato l'istantanea che il popolo colombiano porterà per sempre con sé. Pagine di storia, come quella che scrive a Milano con quella maglia che in 12 anni ha rappresentato qualcosa di più, molto di più, diventando una seconda pelle, perché il nerazzurro dell'Inter che non ha mai tradito e ha sempre amato per lui è unico. Ancora oggi e per sempre. 

Numeri, statistiche, semplici cifre che non possono spiegare quello che è stato per l'Inter e per gli interisti. Anche il suo palmarès è solamente una piccola riga, uno scorcio di una pagina, un semplice riassunto di un grandissimo, avventuroso ed emozionante libro di un'avventura che inizia nel lontano gennaio 2000, quando Massimo Moratti ("Un vero e proprio papà") strappa un assegno equivalente a 14 milioni di euro per il San Lorenzo, la squadra in cui si consacra. Dopo una scelta importante ("Prima dell'Inter mi volevano anche altre squadre italiane, ma soprattutto il Real Madrid. Io però volevo solamente la maglia nerazzurra, il mio sogno da sempre"), parte il capitolo più bello. Si aprono le porte di Appiano Gentile, per lui Milano e l'Inter rappresentano una grande famiglia che mai avrebbe abbandonato e che non esiterebbe a riabbracciare ("Come potrei dire di no a una nuova chiamata?"), ma solo con un determinato progetto alla base.

Tutto inizia con un esordio da incorniciare, con un pronti-via roboante nel 5-0 contro il Perugia. Una vittoria che forse illude il popolo nerazzurro perché lo start non corrisponderà poi al prosieguo dell'annata. Ecco quindi due stagioni avare di soddisfazioni, prima del campionato 'maledetto' che però allo stesso tempo pone le basi per i trionfi successivi: 2001-2002, otto cifre che per tanti, forse tutti, vogliono dire 5 maggio e Lazio-Inter 4-2. Un incubo più che una partita. La vita, però, come nel calcio, offre sempre una seconda possibilità ("Sapevamo che avremmo avuto la nostra occasione"), ma per l'Inter non è così. Anche il capitolo successivo strappa qualche pianto (come dimenticare le lacrime dei giocatori al termine di quei 180'), ma dimostra comunque che l'Inter c'è e potrà provarci anche in futuro. La semifinale di Champions League persa contro il Milan con quel doppio pareggio grida ancora vendetta. Anche se...

Sofferenza, delusioni, voglia di arrivare a quella vittoria che ormai manca da tanto, troppo tempo. Qualcosa di nascosto dietro a questi insuccessi, però, c'è. Una strana aria che in tanti percepiscono ("Sarei bugiardo se dicessi che la sensazione che ci fossero talvolta situazioni un po’ particolari non veniva percepita"), ma che nessuno ha il coraggio, o il modo, di denunciare. Esplode 'Calciopoli', la pagina più triste della storia del calcio italiano che contribuisce in maniera evidente ai mancati successi dell'Inter. È questo il capitolo da strappare, accartocciare e buttare nel cestino perché tutto diventa ancor più brutto da qualche antipatica e inopportuna riga: anche la leggenda Giacinto Facchetti trova infatti spazio, accusato di aver fatto parte dello 'scandalo degli scandali' ("Non c'è nemmeno bisogno di ribadire la sua innocenza. Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo sa di che persona stiamo parlando").

Da questo momento, però, la storia assume un tono bellissimo, colorato, positivo. Semplicemente leggendario. Proprio come la squadra che negli seguenti conquista tutto e tutti, con lui sempre protagonista, in mezzo a quella difesa composta da veri e propri amici ("Guerrieri e compagni di tante battaglie"). Roberto Mancini prima, José Mourinho poi, l'uomo definito "Autentico e originale, nel bene e nel male". L'Inter scrive la storia in Italia, in Europa, nel mondo. Successi, vittorie, capitoli indimenticabili di cui lui fa ancora parte ("Il gruppo ha fatto la differenza. Sapevamo di avere tra le mani un'occasione unica"). Dopo il trionfo di Madrid qualcosa non va però per il verso giusto, con qualche riga scritta in modo sbagliato che porta l'Inter a una discesa che sta tentando di risalire ancora oggi, insieme a un tecnico con il quale iniziò, circa 11 anni or sono, la scalata verso il successo: il Mancio ("Un allenatore con uno stile di guidare il gruppo unico. Il suo rapporto con l'Inter è speciale").

La storia, a questo punto, volge al termine, con un finale negativo verrebbe da dire, considerando le sconfitte e i momenti difficili che l'Inter deve affrontare dal post-Leonardo in poi. Un libro così bello e leggendario non può però finire in questo modo, e non è un caso che l'epilogo è emozionante, unico. Insomma, storico. 6 maggio 2012, stadio 'Giuseppe Meazza': in campo Inter e Milan si affrontano in un derby importante, con 90' che regalano gol bellissimi e momenti forti. Quello da copertina è sicuramente il suo ingresso in campo al minuto 84 al posto di Wesley Sneijder, il miglior modo per salutare un popolo che gli ha sempre dimostrato il proprio affetto, il proprio amore, la propria riconoscenza per esserci stato sempre ("Fui vicino all'addio nel gennaio del 2010. Mi voleva proprio mister Mancini al Manchester City, ma con Moratti decisi di continuare con l'Inter"). Tutto grazie al compagno di mille battaglie, quel Javier Zanetti che organizza la festa più bella, da vero amico. Anzi, pardon, da vero fratello.

La presentazione è stata forse fin troppo lunga, ma le sue parole 'cattureranno' i tifosi che saliranno sul treno dei ricordi, andando a ritroso nel tempo per viaggiare insieme a lui. In mano, ovviamente, il libro leggendario. Il libro di Iván Ramiro Córdoba, l'uomo con l'Inter nel cuore.

Tra Colombia e Argentina ti sei fatto conoscere al grande pubblico con le maglie di Deportivo Rionegro, Atlético Nacional de Medellín e San Lorenzo de Almagro. Come racconteresti quegli anni?
"Sono nato a Medellín, ma calcisticamente sono cresciuto a Rionegro. Mi sono formato nel settore giovanile del Deportivo, arrivando in Prima Squadra nella Categoría Primera B. Il primo dei miei tre anni con questa maglia non è stato, a livello di impiego, molto soddisfacente perché non ho giocato tanto, anche se avevo solamente 16 anni. Il secondo anno ha riservato invece le prime gare perché fortunatamente ho iniziato a giocare. Nella terza e ultima stagione poi mi sono confermato diventando anche capitano. Alla fine dell'annata abbiamo giocato un'amichevole contro l' Atlético Nacional de Medellín che era interessata a un nostro attaccante. Il destino ha voluto che abbia marcato un giocatore molto forte, giocando una grande partita. Questo infatti ha convinto la società a monitarmi e alla fine mi sono trasferito da loro insieme al mio compagno. Al contrario delle prime ipotesi, il mio trasferimento è stato immediato perché ho insistito parecchio con il mio club".

La maglia da titolare sembrava chimera, invece...
"Esattamente. Il club era stato sincero con me dicendomi che sarei stato il settimo centrale, ma io ero convinto di me stesso e delle mie qualità. Infatti ricordo di aver detto al mister 'Di sicuro tra tre mesi avrò il mio posto in squadra'. Detto, fatto. Tra infortuni e squalifiche ho giocato tanto e bene, da quel momento sono diventato titolare ed arrivata anche la chiamata in Nazionale a fine stagione. La 'scalata' è iniziata proprio da qui".

Nel 1998 il trasferimento al San Lorenzo.
"Fino al 2000 due anni molto belli, nonostante l'inizio difficoltoso perché per me il cambiamento era stato molto importante. Io però ero molto sicuro su quanto avrei dovuto fare. Una volta uscito dalla Colombia il mio obiettivo era quello di sfondare, 'aprire le porte' anche ai miei connazionali per far sì che il calcio all'estero guardasse con occhi differenti i giocatori colombiani. E questa è stata un'ulteriore sfida personale. Come detto, l'inizio non è stato semplice. La squadra non andava molto bene, gli allenatori venivano esonerati, ma le cose per fortuna sono cambiate con mister Oscar Alfredo Ruggeri. Con lui c'è stato il salto di qualità, mi ha lanciato definitivamente anche perché prima venivo impiegato in ruoli differenti. Non avevo una collocazione precisa e non riuscivo a esprimermi al meglio perché sono sempre stato un centrale puro e negli altri ruoli mi adattavo, cercando comunque di garantire il mio contributo. Il mister su questo aveva le idee molto chiare e infatti ha deciso di farmi giocare sempre in mezzo alla difesa, proprio come in Nazionale. Da qui sei mesi alla grande, un periodo in cui l'Inter è venuta a vedermi ben due volte".

Nel 2000 l'approdo a Milano, anche se ti seguivano anche altre grandi squadre.
"C'era il Real Madrid, ma prima ancora anche altre squadre italiane. Gli spagnoli mi volevano fortemente e a livello economico l'opportunità era addirittura migliore rispetto a quella dell'Inter".

Perché proprio l'Inter, quindi?
"L'Inter mi ha stuzzicato sin da subito. Nei miei pensieri è sempre stato un traguardo fantastico e quindi come occasione era più importante rispetto al Real Madrid".

1999-2000 e 2000-2001: cosa non ha funzionato in queste due stagioni?
"I risultati non arrivavano e quando succede questo è normale che l'ambiente non sia tranquillo e sereno. La gente voleva vincere, ma nonostante la squadra molto forte non riuscivamo a portare i risultati. I tifosi erano arrabbiati e in più la situazione di mister Lippi non contribuiva a migliorare le cose".

In che senso?
"I tifosi non dimenticavano il suo passato juventino, una cosa difficile da accettare dall'ambiente, soprattutto quando i risultati non c'erano. Infatti è arrivato il divorzio con quell'addio molto rumoroso a Reggio di Calabria. Eravamo in un tunnel senza fine. Non sapevamo cosa fare e come reagire per poter uscire da quella situazione".

Dopo Marco Tardelli è arrivato Héctor Raúl Cúper. È stato lui il primo allenatore capace di cambiare la mentalità?
"Certamente, senza dubbio. Lui ha posto le basi per i successi futuri dell'Inter".

2001-2002 vuol dire, soprattutto, 5 maggio e quel ko 'maledetto' contro la Lazio all'ultima giornata. Perché questo finale di stagione? La squadra era senza 'benzina' o dietro questo epilogo inaspettato ci sono altre spiegazioni?
"Le altre partite, a parer mio, contano di meno, quindi l'analisi andrebbe fatta solamente considerando quel match. Quella contro la Lazio era una vera e propria finale, ma noi non l'abbiamo giocata in questo modo e con la mentalità giusta. Non sono andate tante cose, difficile spiegarle in poche parole, altrimenti dedicherei un'intervista intera solo per quei 90'. Era comunque chiaro che c'era qualcosa di 'strano' nell'aria, anche se avremmo dovuto giocare meglio contro i biancocelesti, indipendentemente dalle cose che stavano succedendo".

Questa partita è la delusione più grande della tua carriera?
"Una delle grandi delusioni, insieme all'impossibilità di giocare il Mondiale con la Colombia. Queste sono le due delusioni nella mia carriera. Il calcio però è bello anche perché ti offre sempre la seconda possibilità, anche se quanto successo dopo ci ha fatto sentire 'impotenti'. Ecco, usiamo questo termine".

Nel 2004 scoppia 'Calciopoli': negli anni precedenti si percepiva qualcosa o è stata una tristissima novità quella 'bufera'?
"Devo esser sincero, nessuno di noi immaginava quanto poi emerso con 'Calciopoli', però sarei bugiardo se dicessi che la sensazione che ci fossero talvolta situazioni un po’ particolari non veniva percepita".

Cosa prova un giocatore di fronte a una realtà del genere?
"Credo quello che proverebbe qualsiasi persona nel venire a sapere che i risultati del suo lavoro non dipendono esclusivamente dall’impegno e dalla capacità, ma anche da fattori esterni. Come ho  spiegato primadetto, si prova quel senso di 'impotenza' perché tutti lavorano come dei matti per arrivare al top alle partite. Bisogna considerare che ogni giocatore si prepara con grande impegno, il presidente investe tempo e denaro, i tifosi hanno le proprie aspettative e devono affrontare tante spese per stare vicino alla squadra, sacrificando magari anche le vacanze con la famiglia. Poi scopri che tutte queste cose non bastano per vincere, perché c’è chi influenza in maniera molto pesante il gioco, è chiaro che ti crolla il mondo addosso. Una cosa incredibile, che non ha niente a che fare con la mia idea di sport. La cosa positiva è che il calcio italiano ha provato a voltare pagina, ma alcuni fanno ancora fatica a farlo".

Addirittura, in un certo momento, anche la posizione di un certo Giacinto Facchetti è stata messa in dubbio...
"Non c'è nemmeno bisogno di ribadire la sua innocenza e di nominarlo. Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo sa di che persona stiamo parlando. È stato un uomo eccezionale, una figura grandissima. Giacinto è stato un grande esempio per tutti quelli che amano questo sport e lo concepiscono come tale, non solamente come un business".

Prima dei due anni targati José Mourinho i trionfi con un altro allenatore: come definiresti Roberto Mancini?
"È un allenatore con uno stile unico di guidare la squadra e oggi è molto diverso rispetto al primo Mancini. Dieci anni fa c'era pressione su di lui, perché era la prima esperienza in un top club. Ora, invece, è arrivato in un momento difficile, ma lui è stato capace di mettersi in discussione prendendo una squadra in un momento particolare, forte anche delle esperienze con Manchester City e Galatasaray. Il suo legame con l'Inter è speciale, non è da tutti andare incontro a una sfida del genere, in quanto è molto complicato fare bene dove si è già stati in passato ottenendo grandi successi. Ripeto, c'è qualcosa di speciale che lo lega con questi colori e lui è riuscito a trovare delle motivazioni diverse, nuove. Per questo spero che possa dare una grande mano a questi ragazzi, è proprio questo che lo porterà a fare bene con l'Inter".

Italia-Europa, due contesti in antitesi per l'Inter di Mancini: per quale motivo la squadra faceva fatica a imporsi in Champions League?
"Credo che l'esperienza accumulata fino a quel momento non era sufficiente per fare bene in Europa, ma le eliminazioni contro Villarreal, Liverpool e Manchester United con Mourinho sono servite per crescere e arrivare a un livello più alto. Dico che l'esperienza del tecnico portoghese ci ha portato al salto di qualità che era mancato fino a quel momento, considerando che aveva già vinto la Champions League in passato. Mancini invece stava costruendo qualcosa di importante, ma credo che con altri due anni a disposizione saremmo arrivati alla grande vittoria anche con lui. Io di questo sono convinto, anche se nessuno potrà mai saperlo".

Perché José Mourinho è lo Special One?
"Il mister è arrivato e ha trovato una squadra già forte, ma è riuscito a dare quel qualcosa in più grazie proprio alla sua esperienza. Sapeva individuare gli aspetti focali su cui lavorare e noi abbiamo colto le sue indicazioni al meglio riuscendo ad arrivare al successo in campionato, Champions League e Coppa Italia".

C'è un momento, un ricordo, un aneddoto che ti lega a lui?
"Lui è bravo a individuare molto bene le condizioni fisiche e psicologiche di ogni giocatore con l'obiettivo di mettere ognuno di loro al servizio della squadra. Mourinho sapeva tante cose perché si era informato, ma tante 'sfumature' erano difficili da spiegare e comprendere da parte sua, come ad esempio l'essenza dell'essere un vero interista. Un aspetto che è riuscito a comprendere poi, facendolo diventare una propria forza".

Come giudichi il tuo rapporto con Mourinho?
"Buono e di rispetto. Personalmente ho sempre cercato di fare il bene del gruppo, sotto tutti i punti di vista. Insieme a Javier (Zanetti, ndr) cercavamo sempre di tenere il gruppo compatto e unito, soprattutto nei momenti difficili".

2009-2010, la stagione leggendaria: cosa ha fatto la differenza?
"Il gruppo, senza ombra di dubbio. Eravamo una squadra molto forte ed eravamo una rosa compatta. Non eravamo 'fratelli', questa è una parola grossa, ma eravamo uniti. Capitavano i momenti di confronto, talvolta duri, ma ne uscivamo sempre rafforzati. Tutti volevano scrivere la storia di questa società. Eravamo a un passo dalla conquista di tutto e quindi ci siamo compattati ancor di più. Ci guardavamo negli occhi dicendo: 'Non possiamo sprecare questa occasione'. La Roma, però, non mollava di un centimetro...".

Appunto, che duello in campionato con i giallorossi...
"Ma noi eravamo consapevoli di una cosa: la Roma non era abituata a stare davanti, quindi avrebbe potuto sbagliare da un momento all'altro. La Roma di allora era una squadra molto forte e noi dovevamo cercare una motivazione particolare stando dietro, ovvero quella di aspettare un loro passo falso, cogliendo al volo l'occasione per sorpassarli. E così è stato".

La partita di Kiev è dipinta dai più come la gara fondamentale della stagione: concordi o credi che altre partite abbiano fatto maggiormente la differenza?
"Sono d'accordo anche io, confermo Kiev. Nella stessa partita siamo passati dall'inferno al paradiso, un match quasi perso che siamo riusciti a vincere, ribaltando un risultato quasi impossibile in un clima particolare. Questa gara ha rappresentato la svolta, ma anche quelle successive sono state storiche".

Post-Triplete: cosa non ha funzionato in questo periodo?
"Lo sbaglio più grande è stata l'assoluta volontà di voler cambiare tutto e subito, da un giorno all'altro. Tecnicamente parlando, il cambiamento deve essere graduale".

Il riferimento è a Rafael Benítez?
"Lui era ed è un grandissimo allenatore, anche oggi lo sta dimostrando e non ci sono dubbi su questo".

Il suo errore quale è stato, quindi?
"La totale rottura con il recente passato. Il mister spagnolo ha posto una linea di stop troppo evidente, mentre sarebbe stato utile, anzi, fondamentale un cambiamento graduale, diciamo naturale. Poi da 'dietro' non mancava mai il continuo paragone con Mourinho, una cosa che certamente non ha fatto il bene dell'Inter. Un uomo di esperienza come lui avrebbe dovuto tener conto di questo, ma anche noi abbiamo sbagliato qualcosa nell'approccio nei suoi confronti".

Puoi spiegarci?
"Per tutti quella era un'esperienza totalmente nuova, Mourinho non c'era più, ma non si può dimenticare e cancellare tutto in poche settimane. La colpa non è stata solo di Benitez, questo ci tengo a sottilinearlo, perché anche noi siamo stati forse poco disponibili nei suoi confronti. Eravamo legati a quanto vinto pochi mesi prima, consideravamo quei successi sacri e probabilmente non siamo riusciti ad aprirci maggiormente al dialogo e al suo metodo di lavoro".

Dopo l'addio di Benitez, ecco Leonardo. Il brasiliano avrebbe potuto essere l'allenatore ideale per l'Inter?
"Assolutamente sì. Tutto era pronto e progettato insieme a lui per la stagione successiva. Leo aveva le idee chiarissime anche sul mercato. Ripeto, il progetto era pronto per partire insieme a lui, poi ha cambiato idea".

Chi avrebbe voluto sul mercato?
"Questo non si può dire (ride, ndr)".

Tornando a te, nella tua carriera hai superato più di un infortunio grave. L'addio al calcio giocato era programmato da tempo o è stata una decisione presa gradualmente?
"Ho iniziato l'anno con tanti acciacchi fisici, ero costretto a infiltrazioni e anestesie per fare allenamento, per poi prendere degli antidolorifici per non avere male. Io però volevo tornare a tutti costi perché la motivazione era grandissima, ma dopo è arrivato il momento della riflessione: non ero più il vero Iván Ramiro Córdoba, il difensore che cerca di rubare i palloni, scatta e dà fastidio agli avversari. Non ero più me stesso. In accordo con la società mi sono sottoposto quindi a una visita (una settimana prima del derby del 6 maggio 2012, ndr) da uno specialista per capire le tempistiche di un ipotetico nuovo intervento chirurgico. Dal responso avremmo saputo cosa avrei dovuto fare: smettere o continuare a giocare".

Qual è stato il responso finale?
"Avevo già subito degli interventi chirurgici in passato e quella visita avrebbe detto una cosa molto chiara: c'era la possibilità di un nuovo intervento oppure di una terapia conservativa, per evitare di andare appunto nuovamente 'sotto i ferri'. Lo specialista mi ha confermato che sarebbe servita una nuova operazione, ma io non ce la facevo più. A 35 anni un nuovo intervento mi sembrava troppo perché io guardavo anche oltre alla carriera da calciatore. 6-7 mesi di recupero erano troppi e non avrei voluto rinnovare il contratto stando fuori per infortunio. Per il presidente Moratti non sarebbe stato un problema, ma non la ritenevo una cosa corretta. Non me la sentivo. L'operazione non avrebbe garantito di tornare al top della condizione, quindi ho deciso di fermarmi. Non volevo mettere a rischio le piccole-grandi cose di tutti i giorni, come una semplice partitella con gli amici o giocare insieme ai miei bambini. Senza l'operazione non avrei potuto continuare a giocare, ma ero contento lo stesso. Avevo dato tutto. Il mio cuore piangeva, ma è stata la scelta giusta. Mi stavo rovinando, non ero me stesso e volevo vivere la mia vita anche al di fuori del calcio".

L'addio al calcio e il saluto al popolo nerazzurro è indimenticabile.
"Dopo la visita ho preso la decisione di lasciare il calcio giocato in occasione nel derby. Le persone che sapevano questo erano la mia famiglia, il presidente Moratti e Pupi. Nessun altro. Mi ero assicurato che lui non organizzasse nulla perché non volevo distrarre la squadra da un appuntamento così importante come la gara contro il Milan. La mia speranza era quella di essere convocato, con il sogno di salutare a fine partita i miei tifosi. Sarebbe stato bellissimo, ma senza alcuna festa o manifestazione organizzata. Dopo la partita avremmo potuto festeggiare o comunque organizzare qualcosa di particolare, ma prima contavano solamente i 90'. La mia volontà era solo quella di salutare gli interisti a fine gara, indipendentemente dal risultato finale. Invece Javier ha parlato con la società per preparare una sorpresa senza che ne fossi a conoscenza. Il mister mi ha convocato e a 10' dal termine sono entrato in campo. Di questo devo ringraziarlo. Penso però di aver meritato questo finale, è stato un bellissimo pensiero e un momento indimenticabile. Quando si accumulano tutte queste circostanze positive tutto diventa ancora più bello. Parlo del risultato (l'Inter vince 4-2, ndr), dei miei minuti in campo e del post gara. Se avessi programmato il mio addio, di sicuro non sarebbe stato così emozionante. Voglio dire 'grazie' a tutti quelli che hanno pensato a me, è stato un addio al calcio spettacolare".

C'è stato un momento in cui sei stato molto vicino a lasciare l'Inter?
"Sì, nel gennaio del 2010. Mi voleva proprio mister Mancini al Manchester City, ma parlando con Moratti ho scelto di rimanere qui all'Inter cercando di garantire il mio contributo anche se non giocavo con regolarità come in passato. Il presidente è stato molto saggio nel farmi capire che, anche non essendo titolare, sarei stato comunque importantissimo. Questo mi ha convinto a rimanere e per me è stata una grande iniezione di fiducia. Da quel momento ho continuato ad essere il solito Córdoba, lavorando tantissimo e mettendomi al servizio del gruppo, anche se non nego che giocare poco era una cosa che mi pesava".

'Appese le scarpette al chiodo' sei diventato il nuovo team manager della società, ma dopo due stagioni ecco l'addio datato 25 settembre 2014. Cosa è successo?
"Non mi sentivo più parte di un progetto preciso e ben delineato insieme alla società. Mancava ancora un anno al termine del mio contratto e l'obiettivo era arrivare al termine dello stesso cercando di proseguire quello che reputavo un lavoro importantissimo. Dopo quel momento ho preso la decisione di farmi da parte. Avevo capito che non ci sarebbe stato più spazio per me, decidendo quindi di fare altro. Io ringrazierò per sempre l'Inter, sia per la carriera da calciatore che per gli ultimi due anni da team manager".

Hai qualche rimpianto?
"Sì, il rimpianto di non aver potuto potuto finire il progetto che stavo portando avanti. Ma considererò per sempre l'Inter come un grande sogno per tutte le esperienza vissute in questa società".

Torneresti all'Inter?
"Assolutamente sì, sicuro. Come potrei dire no all'Inter? Voglio ribadire, però, quanto detto prima: ci deve essere fiducia, con un vero progetto che viene affidato. Io stavo 'costruendo' un nuovo ruolo ed è stato un vero dispiacere non aver potuto portare avanti tutto questo. Se l'Inter credesse in me, ovviamente tornerei. Ho fatto la mia scelta, ma sarò legato a questi colori per sempre, sarò un nerazzurro per tutta la mia vita. I momenti vissuti a Milano fanno parte di me, l'Inter è la mia famiglia, ma per lavorare ci vuole fiducia e tempo a disposizione".

Elencherò ora una serie di figure che hai conosciuto nel corso della tua avventura all'Inter e vorrei da te un breve commento, un ricordo che ti lega a loro. Partirei da Massimo Moratti.
"Un papà per tutti i giocatori. Ci aiutava nei momenti di difficoltà confortandoci sempre. Lui è sempre stato presente come un vero e proprio genitore. È sempre stato sincero, sensibile e quando serviva anche molto serio".

Già citato in precedenza, José Mourinho.
"Autentico e originale, nel bene e nel male. Mi auguro che in futuro, magari dopo tanti anni di successi con Mancini, mister Mourinho possa dimostrare ancora il proprio amore per questi colori, dando una grandissima soddisfazione al popolo interista tornando a battagliare insieme alla squadra. Magari riducendosi anche lo stipendio".

Walter Samuel.
"Quando giochi accanto a un guerriero tutto diventa più semplice, è stato ed è un grandissimo giocatore. Con lui era tutto più facile".

Marco Materazzi non singolarmente, ma in coppia con... Iván Ramiro Córdoba.
"(Ride, ndr). Un compagno di tante battaglie".

Samuel Eto'o e Zlatan Ibrahimovic.
"È stato uno scambio che a noi ha dato tantissimo, senza ovviamente voler sminuire quanto fatto da Ibra. Lo svedese rappresenta una parte importante della storia di questo club".

Luís Nazário de Lima, per tutti Ronaldo.
"L'unico giocatore in grado di fare delle cose che superavano la realtà".

Appiano Gentile.
"Una seconda casa, la ricordo proprio così".

I tre compagni più forti in nerazzurro.
"Difficilissimo rispondere a una domanda del genere perché ho avuto la fortuna di giocare con tantissimi campioni. L'unico che spiccava era Ronaldo, lui era diverso da tutti. Voglio citare anche Zanetti: è sempre stato il mio modello perché si allenava alla grande e si comportava in maniera perfetta. Seguivo lui e questo mi ha portato a risultati che mai avrei pensato di ottenere. Nessuno è metodico come lui, mi ha fatto imparare tantissimo, non solo in campo. Non posso dimenticare anche Roberto Baggio, un campione incredibile".

L'avversario più forte mai affrontato.
"Tantissimi, credo sia difficile nominarne qualcuno in particolare".

Il momento più bello durante i tuoi 12 anni da calciatore nerazzurro.
"La prima volta che sono entrato al 'Giuseppe Meazza', era come se stessi vivendo un sogno, ma era tutto reale. Pensa che quando ero un bambino collezionavo in Colombia le figurine dei Mondiali di Italia '90 e l'unica che mi mancava era quella raffigurante lo stadio di San Siro! Incredibile. Il fatto di giocare in un impianto del genere non si può spiegare a parole. Giocare al 'Meazza' con la maglia dell'Inter mi portava a 'spaccare il mondo'".

Per quanto riguarda il presente dell'Inter, a giugno arriverà Jeison Fabián Murillo. Come descriveresti questo giocatore?
"Un difensore puro, molto aggressivo. L'ho conosciuto, calcisticamente parlando, quando sono andato a vederlo in Nazionale, in occasione di un match a Lubiana. La concentrazione nell'arco della gara e l'aggressività sono le sue armi migliori".

L'Inter ha fatto l'acquisto giusto?
"Assolutamente sì".

Per concludere, il messaggio di Iván Ramiro Córdoba per i tifosi interisti.
"Loro non capiranno mai cosa prova un giocatore quando intonano il coro dedicato. Colgo infatti l'occasione per dire di non smettere mai di incitare i giocatori perché la spinta che danno è unica. Quando senti 80.000 persone che ti spingono riesci a fare delle cose incredibili. Posso fare un esempio: quando partivo per andare a recuperare un pallone sulle note di 'Iván Córdoba la la la la la, hey!' sapevo già in partenza che ce l'avrei fatta, anche avendo di fronte un avversario più forte di me. I tifosi riescono a tirarti fuori qualcosa di unico, per questo mi spiace non sentire più questi cori dedicati. I tifosi sono il primo, fondamentale tassello per raggiungere il risultato, a partire dal riscaldamento. Amici interisti, riprendete proprio da qui perché siete unici".

Sezione: Esclusive / Data: Sab 28 febbraio 2015 alle 19:30
Autore: Francesco Fontana / Twitter: @fontafrancesco1
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