La decisione, a suo modo rivoluzionaria, della Lega Serie A di schedulare per la prima volta nella storia il derby di Milano alle ore 12.30 riporta agli onori della cronaca di oggigiorno l'opportunità del matrimonio che si è celebrato ormai diversi anni fa tra la televisione e il mondo del calcio. Da questo fortunato sodalizio bisogna prendere le mosse per commentare una scelta che a molti appassionati è sembrata anti-storica, declassante e, in genere, poco conveniente per coloro i quali dovranno recarsi allo Scala del Calcio in un orario che in quel momento della giornata resta ancora indigesto al pubblico italiano.
Nel partito dei favorevoli, invece, si contano molti personaggi ai posti di comando dell'universo pallonaro e non solo, tra i quali il primo cittadino di Milano Beppe Sala, che a tal proposito ha dichiarato: "Prendiamo atto del fatto che le proprietà cinesi, una certa e l'altra no, possano avere questo genere di esigenze. E' un po' irrituale".
Ecco, l'espressione chiave usata da Sala è la presa d'atto di una situazione che si è capovolta rispetto al passato: l'asse terrestre calcistico, volente o nolente, ora si è spostato verso l'Oriente, attratto dalla più potente delle forze gravitazionali, il Dio Denaro.
Insomma, una volta i cinesi eravamo noi e adesso fatichiamo a rendercene conto, ma il fatto curioso è che è l'elettrodomestico che ha assorbito maggiormente le nostre esistenze a spiattellarcelo in faccia senza preavviso. Il motivo è presto spiegato ed è riconducibile al fatto che la vera conquista del calcio moderno è stata il trasformare il salotto di casa nell'estensione più comoda delle tribune di un metaforico stadio che potenzialmente può accogliere al suo interno anche un miliardo di spettatori. Un fatto che ormai diamo per acclarato, anche se in Italia il sodalizio calcio-tv ai suoi albori subì l'ostracismo da parte di alcune società di calcio che espressero la loro contrarietà alla presenza delle telecamere negli stadi, temendo diserzione del pubblico che assiste allo spettacolo dal vivo. Curiosamente tra i club degli oppositori c'era il Milan, che assieme a molti altri di Serie A 'aveva riconosciuto che la teletrasmissione delle partite contemporaneamente al loro svolgimento riesce dannosa". Di diverso avviso, invece, erano i cugini dell'Inter, che però fecero sapere ai dirigenti della Rai di volerci guadagnare: "Se volete approfittare, dovete pagare profumatamente", il messaggio dei nerazzurri.
Il tutto mentre nel 1987, il presidente della FIFA Joao Havelange, dopo aver stipulato un contratto per i diritti televisivi valido per le successive tre edizioni dei Mondiali con il Consorzio televisivo Internazionale, annunciava in una pomposo panegirico che 'La prima disciplina sportiva a livello mondiale e il più importante dei mezzi di comunicazione si sono alleati nella cosiddetta ‘era televisiva'.
Poco male, perché in Italia si andò avanti con un compromesso: si decise di trasmettere per diverso tempo soltanto la seconda parte di una gara di cui non si sapeva nulla fino a trenta secondi prima della sua messa in onda, e successivamente di un match intero anticipato al sabato – da scegliere tra serie A, B e C – anche in questo caso senza pubblicizzazione sui giornali dell'evento. Insomma, all'epoca erano molto lontani i tempi della pay Tv. 
Le uniche occasioni per vedere le dirette di calcio in tv erano rappresentate dalle partite di Coppa o della Nazionale, ma anche lì l'affare non era così semplice: se si giocava nella città di residenza, infatti, arrivava puntuale il buio della trasmissione nella zona della partita, o dell’intera regione. L’unico speranza alla quale lo spettatore poteva aggrapparsi per potersi godere la partita comodo in poltrona era che si verificasse il tutto esaurito allo stadio. E non sempre la regola veniva rispettata, come accadde – guarda la curiosità – in un'Inter-Real Madrid a San Siro, valevole per la semifinale di Coppa dei Campioni del 1981. Il sold out era annunciato da qualche giorno, ma la partita che verrà televista in molte zone del mondo, non si vedrà clamorosamente in Lombardia. "Niente diretta per rispetto del pubblico pagante", spiegò irremovibile il numero uno del club nerazzurro Ivanoe Fraizzoli. 
Ecco, la visione miope del sedicesimo presidente della Beneamata ieri sembra tanto quella dei romantici di oggi che connotano di epicità esclusiva le partite in notturna (ve lo siete visto Bologna-Lazio quest'anno?) o dei promotori del 'no al calcio moderno' che fondano la loro avversione al campionato spezzatino su un assunto falso perché le 15 non sono mai state l’orario per eccellenza delle partite del massimo torneo nazionale.
Un brevissimo excursus storico per constatare che il Derby della Madonnina, pardon della Muraglia, ci ha già insegnato due o tre cose che possiamo mandare a memoria fino alla prossima 'sconvolgente' novità: il calcio, ormai da anni, si è piegato (non sottomesso, piegato) alle esigenze televisive, che conseguentemente scandiscono i tempi della vita dello spettatore senza che questi perda l'entusiasmo verso l'evento. Ergo, anche se non ci saranno le luci a San Siro, l'impianto sarà gremito di passione, le due Curve – se avranno voglia – esporranno le rispettive coreografie, e da casa gli spettatori si moltiplicheranno. Molti di loro avranno gli occhi a mandorla, ma almeno si presenteranno davanti al piccolo schermo senza occhiaie. In ogni caso, la decisione presa è irrevocabile: tifosi del mondo, il Derby della Muraglia è (già) servito.

Sezione: Editoriale / Data: Ven 17 marzo 2017 alle 00:00
Autore: Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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