Ormai, a 34 anni suonati, si ha l'abitudine a tutto. Per cui non sorprendono i giudizi schizofrenici di tifosi e addetti ai lavori. E' bastata una sconfitta per passare da “Inter unica alle spalle di Juve e Roma” a “Disastro, crisi, oblio”. Proprio quei 34 anni di cui sopra, un oceano di partite guardate e milioni di parole lette consentono a chi vi scrive di incamerare tutto col beneficio del dubbio e non avventurarsi in analisi superficiali. A cui proviamo a dare un senso, talvolta anche al di là del possibile. Perché se non siamo pronti a scendere a patti con l'imponderabile (inteso come contingenze), meglio fare un passo indietro.
Dopo il 90' di Inter-Cagliari, ne abbiamo sentite di ogni. Ad esempio, abbiamo sentito di una squadra senza carattere e senza identità, di una squadra priva di voglia e colma di supponenza. Lo stesso Mazzarri ha parlato di errori nel calcolo del turnover. Tutto dopo il 90', ribadiamo. Prima del 90', invece, erano tutti lì ad aspettare la goleada contro un Cagliari già retrocesso e destinato alla sicura esecuzione. “Zeman? Ha fallito ancora”, dicevano. E invece il calcio ti sorprende sempre, nel bene e nel male. E accade che il Cagliari – alla vigilia bistrattato – si comporti come deve e porti a casa tre punti di platino. Al contrario, l'Inter va fuori giri e si lecca le ferite.
Questo sport, che così tanto affascina, non è una scienza esatta. Il risultato finale di una partita non è la mera somma di conseguenze logiche stabilite a priori. C'è di più. C'è che l'Inter parte male e che gli avversari vanno in vantaggio grazie a uno svarione difensivo. Un po' come a Palermo. Ma c'è anche il pareggio immediato e una gara subito raddrizzata. Quante ne abbiamo viste di partite nate così così e finite in gloria? Una marea. Sabato, ad esempio, si è vista una Roma in grande difficoltà con l'Hellas Verona per tutti i primi 45 minuti. 45 minuti in cui, per gli amanti del concetto di “meritare”, gli ospiti avrebbero potuto segnare un paio di reti. Passata la bufera, è venuta fuori la differenza e il 2-0 giallorosso. Nessuno si è sognato di rimarcare quel primo tempo mediocre.
Tornando alla partita di domenica, così come è corretto sottolineare le difficoltà dell'approccio alla gara (ma nulla di eclatante, intendiamoci), allo stesso modo va evidenziato come il doppio giallo per Nagatomo abbia spaccato in due il match. Banti, che al primo contatto rude della partita aveva optato per il richiamo verbale (Balzano su Dodò), muta metro di giudizio e in due minuti estrae due cartellini per il giapponese. Senza tornare nello specifico, è evidente come al 27' del primo tempo si sia chiusa una partita e ne sia iniziata un'altra (per i detentori della verità presunta, il terzino asiatico è stato espulso quando si era ancora sull'1-1).
Dal rosso a Nagatomo al gol dell'1-2 sono trascorsi esattamente 118 secondi. Ecco, qui l'Inter non ha avuto la forza mentale di sopportare l'urto del momento, restare umile aspettando che passasse la tempesta e tornare negli spogliatoi col minimo scarto per riorganizzare le idee e tentare una reazione possibile. Lo smarrimento ha colto tutti, dal primo all'ultimo, partorendo quell'1-4 terribile.
Succede, c'è poco da fare. Successe all'Inter di Mourinho di spegnere la luce e subire gol in sequenza – ad esempio – da Palermo, Catania o Atalanta. Con le dovute proporzioni, figurarsi se non può succedere a una squadra come quella attuale, che non sarà da buttare (anzi), ma che non è lontanamente paragonabile a quella di 4-5 anni fa. Chi si sorprende, chi cambia giudizi solo leggendo il tabellino finale, chi cerca uno e un solo capro espiatorio, probabilmente, di calcio sa e capisce poco. E basterà una vittoria convincente, magari già domenica prossima, per tornare a leggere di “Inter da terzo posto” o di “Inter insidia per Roma e Juve”. 34 anni. Ci siamo abituati.
Autore: Alessandro Cavasinni / Twitter: @Alex_Cavasinni
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