Respiriamo

 di Antonello Mastronardi Twitter:   articolo letto 9981 volte
Respiriamo

L’aria non è delle migliori, è maleodorante; tuttavia, in tempi di cattivi odori diffusi, quelli sani di mente aprono le finestre e riempiono la stanza di fiori, così da scacciare il puzzo. Veniamo da giornate infauste e malgestite, anche da parte dei dipendenti di un’azienda che, per via dei recenti e indiscutibili meriti sportivi, si propone da tempo come guida e faro del movimento calcistico italiano. Eppure, la voglia di continuare a infarcire l’aria di odori sgradevoli qui manca. Tutt’altro. Qui si ha ancora negli occhi la piacevole sorpresa di una squadra solida, che via via è diventata anche brillante. Qui si sorride, si seguono con divertita e partecipe curiosità i piacevoli sentieri verbali di Spalletti, le sue massime e i suoi motti, in attesa che oggi possa ancora deliziarci il palato e gonfiarci il petto in conferenza. Se la sorpresa di un’Inter pericolosa e credibile ottura le vene e le meningi di chi, da rivale o nemico quale si considera, questo exploit né se lo aspettava né certamente se lo augurava, beh, tutto ciò qui non interessa. Qui, soprattutto, si parla di calcio, una materia che non tollera altri odori forti se non quello di sudore,sapone e deodoranti vari che è tipico di uno spogliatoio. Gli anni passano, i cicli finiscono o si modificano, chi era su può trovarsi più giù, e viceversa. L’Inter va a Torino da prima della classe senza aver mai chiesto a se stessa un simile risultato alla vigilia: può dunque permettersi di affiancare all’ordine, alla cura e all’entusiasmo, che ormai sono compagni del suo viaggio, un sereno distacco e quella spensieratezza che è sempre e comunque amica del successo. Perciò, via i cattivi odori, parliamo di calcio: respiriamo.

LORO - Occhio, ché la Juve è nella sua consueta fase di cambiamento. Con Allegri, oramai, i bianconeri vivono un copione sempre uguale, che vede ogni stagione avviarsi tra risultati insolitamente incostanti, un gioco a volte asfittico e la non perfettamente riuscita integrazione dei nuovi nel progetto. A maggior ragione, quest’anno il rodaggio è più lento, dal momento che la Juventus pare davvero alla vigilia della fine di un ciclo, con tanti e forse troppi senatori che non sempre possono fornire in campo l’apporto di un tempo. Un tecnico scaltro e versatile come il livornese ha già impresso la prima sterzata, rimpolpando la mediana per sopperire al calo di Khedira e per garantire a Pjanic una sufficiente protezione, soprattutto laddove, per assenza o scarsa voglia di proseguire in quel percorso di sacrificio, Mario Mandzukic non ha più voglia di fare il lavoro sporco dello scorso anno. Tra i nuovi arrivati, è cresciuto infinitamente l’apporto di Douglas Costa, che pare ormai essersi trasformato da ridente funambolo a esterno consapevole dell’esistenza e dei meccanismi richiesti da una fase difensiva accettabile. C’è poi un Bernardeschi che spinge, mentre piano piano acquista in personalità, e un De Sciglio più che presentabile, anche se non del tutto impenetrabile. Il nuovo modulo dei bianconeri, 4-3-2-1 o 4-4-2 che dir si voglia  -dato che Douglas sta molto basso e Matuidi finisce spesso per coprire da falso esterno l’out di sinistra- è forse la soluzione ai mali di una fase difensiva che, con 14 reti subite, non ha ad oggi un passo da scudetto. la presenza degli interni, i loro tagli opportuni, consentono ai terzini un appoggio in fase di spinta e un sicuro raddoppio quando c’è da tornare. Davanti, la pericolosità sulle fasce è indubbiamente cresciuta, e la Juve pare aver scoperto armi nuove e differenti, proprio mentre la genialità di Dybala, quella di cui andava più fiera, parrebbe essersi inceppata.

NOI - Se Allegri è versatile, Spalletti è un camaleonte. Basti pensare che lui, proprio lui, il tecnico della Roma del falso nueve Totti, dello spettacolo, di Pizarro davanti alla difesa a fare gioco, ha deliberatamente deciso da qualche anno a questa parte di perseguire un’idea più verticale di calcio. Ma c’è di più: arrivato all’Inter, Spalletti ha primariamente sistemato la fase difensiva, forse dopo aver colto dall’esterno l’atteggiamento evidentemente farfallone della retroguardia nerazzurra nell’ultima stagione. Anche gli juventini, perciò, sanno che sotto questo aspetto l’Inter non è il Napoli di Sarri, rigido nella sua idea estetica di calcio, ma è invece una creatura molto più simile alla loro. Le due squadre non sono catenacciare, né brutte, visto che è miope e antistorico credere che il bello risieda solo in triangolazioni e tiki-taka. Sanno invece ripartire, hanno fisicità impressionante sugli esterni, due attaccanti velenosissimi, genio e passo in mezzo, terzini ricostruiti nella loro credibilità anche grazie a un atteggiamento corale impeccabile. Vorremmo dire che si equivalgono, ma sarebbe ingiusto verso entrambe: l’una sta meglio di testa e nelle gambe, l’altra padroneggia queste partite come nessuna, e purtroppo è ostica a capitolare. In queste righe, ci guardiamo bene dal prendere il posto di Spalletti, che non ha mai steccato la lettura di una partita. L’impressione, però, è che l’Inter potrà farsi sentire lì davanti se non si costringerà a cercare lo spunto solo sulle fasce: Candreva, ad esempio, starà senz’altro largo, ma Perisic potrebbe e dovrebbe venire abbastanza vicino a Icardi, scambiare con il centrocampo, cercare la porta anche per vie centrali da autentica seconda punta, sfruttare il fisico e aprire il varco alla progressione del terzino, perché De Sciglio ha già dimostrato a Napoli di soffrire abbastanza nel momento in cui lo attaccano in due, e lui deve scegliere la marcatura: per una volta, la partita potrebbe essere decisa da quel lato più che a destra, dove invece la protezione di Matuidi renderà tutto più difficile. Dietro invece, siamo più tranquilli, nonostante il loro potenziale di fuoco, e basta questa affermazione per far cogliere la portata del prodigio compiuto da Spalletti.

LA SPENSIERATEZZA -  Prima che il pallone rotoli, le previsioni tattiche son solo chiacchiere, ma appunto c’è chiacchiera e chiacchiera, e questa non puzza e non contamina, perché una gara può essere sovraccaricata e, dunque, rovinata nella sua riuscita anche dai cattivi odori che vengono da fuori. Respiriamo, dunque, e godiamocela con spensieratezza ed entusiasmo, senza portarsi con sé la frusta degli autoflagellanti, pronti a colpirsi nelle parti intime se malauguratamente dovesse andar male. Dopo un Inter-Juve del maggio ’66 (3-1, doppietta di Facchetti e gol di Suarez), Brera scriveva che, al termine della gara, “come sempre succede fra interisti e juventini, le tribune si vuotano in un gran baccagliare dei meno soddisfatti”. Ci si fermi lì, senza piagnistei. Per ora, ci basti che quest’Inter può permettersi qualsiasi risultato, ma lotterà senz’altro per vincere. Di solito, proprio da atteggiamenti di questo segno passa il successo.