Non sapevo che fuori dall’ingresso della Pinetina ci fosse scritto ‘villaggio vacanze’, voi per caso ve ne eravate accorti? O forse nel cortile della sede dell’Inter, appena sotto al cartello che invita a rallentare causa passaggio pedonale… Più semplicemente, invece, non c’è alcun avviso, il che ci rassicura circa la nostra capacità visiva ma ci fa preoccupare per quel che riguarda la salute della Beneamata. In ogni realtà che si rispetti, che sia a livello calcistico o extracalcistico, c’è una sola componente che sta alla base di tutto: il rispetto. Rispetto per il lavoro degli altri, per la loro professionalità, per i loro sacrifici. Per la loro situazione economica. Rispetto per ogni cosa o persona che incontri sul posto di lavoro e per l’ambiente che gli gravita intorno. Non è ammissibile che un ragazzo, o meglio, uno sbarbato come diciamo noi a Milano, che guadagna MILIONI DI EURO ogni anno per giocare a pallone, si arroghi il diritto di insultare, perché di insulto si tratta, un club come l’Inter. Non esiste. Non sarebbe stato comprensibile nemmeno se una bandiera dei tempi che furono avesse fatto un gesto simile, figuriamoci un giocatore che è qui da due sole stagioni, che è stato corteggiato, coccolato e protetto per 24 lunghissimi mesi da una società che ha investito quasi 40 milioni di euro per acquistarlo e non ha avuto in cambio nemmeno un decimo della fiducia in lui riposta.

Le prestazioni degne di nota di Geoffrey Kondogbia in questo lasso di tempo si contano sulle dita di una mano. Ma nonostante questo il club ha continuato a credere in lui, Spalletti si è addirittura sbilanciato facendogli piccole promesse circa il suo ruolo all’interno dell’organico nerazzurro nelle stagioni che verranno. Parole che, evidentemente, sono entrate da un padiglione auricolare e sono uscite dall’altro, tempo di una veronica inutile a centrocampo (ricordate cosa disse de Boer di lui?). Ma l’Inter è più forte di tutto questo. Non si spaventa davanti ai capricci di un dilett… ehm scusate, ‘professionista’. Chiunque esso sia. Kondogbia vuole la cessione, e la cessione avrà ma alle condizioni nerazzurre. Se è vero che determinati club (uno solo) lo vogliono così tanto, sapranno anche riconoscerne il valore e fare il giusto investimento economico per ingaggiarlo. Altrimenti vorrà dire che resterà qui, con tutte le conseguenze del caso. Attenzione, qui nessuno ce l’ha col Valencia che ha agito e sta agendo nel pieno rispetto delle regole e dell’Inter (vedi la trattativa per Murillo). Ma l’aria è cambiata, e senza sbilanciarsi su quanto sia giusta o meno la nuova politica societaria riguardo queste situazioni, ora non è più permesso sbagliare in questo modo.

Non sono più i tempi in cui l’amato presidente Massimo Moratti prendeva a cuore i suoi giocatori e li coccolava quasi come fossero figli suoi, perdonando loro tutto, anche i peggiori tradimenti (qualcuno andò al Milan dopo una tappa a Madrid…). Moratti era un romantico, l’Inter l’ha gestita col cuore rimettendoci enormi quantità di denaro e, forse, anche qualcosa in salute. Ma i tempi, come dicevamo, sono cambiati. Il Romanticismo non è più il punto di partenza, è una corrente d’aria fresca che inebria gli spiriti dei tifosi nerazzurri quando davvero vedono la passione e l’amore che metti ogni giorno e ogni domenica sul campo per difendere l’onore di questa maglia.

Tempo fa ci fu un altro ragazzotto che si rese protagonista di un episodio che aggettivarlo come spiacevole è un eufemismo. Egli gettò per terra la casacca in seguito ai fischi ricevuti da alcuni degli 80mila presenti quella sera, dopo una storica vittoria interna in Champions League per 3-1 contro l’imbattibile Barcellona di Pep Guardiola e Leo Messi. Come ben sappiamo, Mario Balotelli lasciò l’Inter l’estate seguente per non farci più ritorno. Purtroppo ci sono, di tanto in tanto, personaggi che probabilmente pensano di essere più grandi del club per cui LAVORANO. Che credono di poter fare il bello e il cattivo tempo a seconda di quelle che sono le loro priorità in quel preciso periodo.

Eppure dovrebbero saperlo che i nomi che hanno reso grande l’Inter in Italia e nel mondo erano i primi a eccellere per umiltà, dedizione e rispetto per i colori che rappresentavano. Per tutti i collaboratori, i magazzinieri, i dirigenti, i presidenti e i giocatori che sono venuti prima di loro e che sarebbero venuti dopo. Per rimarcare il senso di appartenenza che si ha all’interno di una famiglia. Chiudo con una citazione dell’indimenticato Avvocato Giuseppe Prisco, che dedicò la sua intera esistenza alla causa nerazzurra. In risposta ad un giornalista, Peppino disse: “Qualche suo collega mi ha detto: 'Lei ha servito cinque presidenti dell’Inter'. Ho risposto: “Non è esatto, io ho cercato di servire sempre e solo l’Inter”. Ecco, questo sì che potrebbe essere scritto fuori dalla Pinetina o sotto la sede.

Sezione: Editoriale / Data: Sab 12 agosto 2017 alle 00:00
Autore: Filippo M. Capra / Twitter: @FilMaCap
vedi letture
Print