In un campionato in cui a ogni piè sospinto si frantumano record su record, occorrerebbe derubricare statistiche e big data a semplici strumenti accessori. Inutili dati in serie che confondono le acque già torbide di un torneo che – scontri tra pesi massimi a parte – assomiglia alla disputa sul rettangolo verde di sfide tra pugili titolati o in netta ascesa contro sparring partner.

Di settimana in settimana, lo sport preferito degli addetti ai lavori, oltre a quello di ritoccare verso l'alto i numeri della classifica, è l'esaltazione a turno di quella o l'altra squadra pretendente alla cintura di campione della Serie A. Sui tavoli della giuria a bordoring succede che i giudici – visto che di ko tecnici in giro non se ne vede nemmeno l'ombra (Milan a parte) – a ogni fine ripresa si mettano a discutere sui dettagli per assegnare 'vittorie ai punti' che nel calcio hanno il valore che meritano: zero al quoto.

Brutto mestiere quello del critico, ancor peggiore quello del giornalista che, dovendo avere un'idea nuova al giorno, si ingegna con ogni mezzo possibile per trovare la novità ogni 24 ore. Alle volte, come successo nell'ultima giornata, il calendario viene in aiuto: nel caso in cui nessuna delle cinque big del nostro campionato  incassi cazzotti dall'avversario, allora si procede con la conta dei punti andati a segno calcolandoli in base al coefficiente di difficoltà. Facile capire che, nella giostra dell'elogio schizofrenico sempre nuovo ogni sette giorni, la vittoria della Juve a San Siro contro un Milan in crisi nera valga comunque di più di un banchetto laziale a Benevento o di un successo risicato dell'Inter al Bentegodi di Verona.

Ed è così che, prendendo in esame il caso della Beneamata, si finisce per pesare oltremodo i difetti dopo aver paradossalmente incensato una partenza mai così di slancio dopo undici giornate nell'era dei tre punti a vittoria. Se da un lato si parla in termini esageratamente entusiastici di Luciano Spalletti che ha superato il totem del Triplete José Mourinho, dall'altro si sottolineano i limiti di una squadra che è entrata nello strano paradosso di chi ha la colpa di valere meno dei punti che ha solo perché si 'macchia' di vittorie contro squadre ai limiti della presentabilità nella massima Serie. Un fantasma che, a dirla tutta, insegue tutte le sorelle ammazza-piccole di questo avvio di stagione, ma che sembra volersi accanire maggiormente su Icardi e compagni.

E allora alla Juve si perdona un ko in casa con la Lazio e un pari esterno con l'Atalanta perché è già un evento straordinario che sia lì a lottare ai vertici, nonostante la sazietà raggiunta dallo status di esacampione d'Italia, mentre al Napoli si dà la patente di migliore a prescindere per la convinzione ormai assodata che gioca il miglior calcio d'Europa, ma si chiude un occhio se riesce a sfangarla solo all'ultimo con la modesta Spal. La situazione dell'Inter è singolare perché attorno ad essa si genera quella confusione che scatta nelle difficoltà di non averne ancora trovato una catalogazione adeguata. I nerazzurri vincono partite molto diverse una dall'altra, battendo avversari deboli e forti non sempre seguendo un preciso spartito: una pecca, se così la vogliamo chiamare, che non contribuisce ad eliminare con un colpo di spugna la brutta fama guadagnata nel recentissimo passato prima di questa annata.

Insomma, per la Beneamata si applica un metro di paragone diverso: i mille cantori dei nostri tempi, che tessono lodi sperticate alle altre prime della classe, fanno fatica a sbilanciarsi sull'Inter non perché non si fidino di quello che sta dimostrando sul campo, ma solo perché sono convinti di quello che a un certo punto apparirà dinnanzi ai loro occhi. Arrivando quasi a distorcere la realtà a portata di mano per fare ambo con il pensiero radicato di una squadra troppo diversa dal solito per essere vera.

Intanto, come ha sottolineato Spalletti dopo il 2-1 di Verona, l'Inter non può sottrarsi al gioco dei 'quattro cantoni', divertimento per adulti riadattato per assegnare i posti utili per la prossima edizione della Superchampions. La controindicazione di quello che è tutto fuorché un passatempo è altrettanto lampante: dietro ogni angolo del metaforico quadrato dell'Europa che conta soffia la strana corrente di mille cantori che ad ogni giro gonfia le vele a un eroe diverso. Anche all'Inter, ma con moderazione. 

Sezione: Editoriale / Data: Gio 02 novembre 2017 alle 00:00
Autore: Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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