Sensazioni strane. Roberto Mancini immerso nel contesto della Nazionale, per giunta al fianco di Lele Oriali, porta alla mente una sorta di cartolina nerazzurra di qualche anno fa, quando la squadra vinceva ed era assemblata con grandi giocatori, qualcuno all'epoca sottovalutato. Ieri il Mancio, cum magno gaudio, ha accettato l'arduo compito di risollevare le sorti dell'Italia, reduce dalla catastrofe svedese e mai così in basso nell'ultimo cinquantennio. In bocca al lupo, non sarà facile ma quella dello jesino è forse il profilo migliore per l'incarico assegnato: ha esperienza, personalità e le physique du role per far brillare nuovamente l'azzurro e ricostruire dalle ceneri lasciate dalla gestione Ventura-Tavecchio. 

Pensi a Mancini e non puoi comunque non riflettere sulla sua ultima esperienza in nerazzurro, la seconda nello specifico. Un quarto posto che oggi varrebbe zona Champions League, ma soprattutto la sensazione che finalmente si potesse costruire qualcosa. Invece, nella rovente estate del 2016, nel pieno del secondo cambio di proprietà in tre anni, il classico suicidio alla nerazzurra: caos societario, mercato senza logica e dimissioni forzate dell'allenatore, per far posto a Frank de Boer, serio e professionale, ma liquidato senza se e senza ma quando la squadra gli si è rivoltata contro. Inutile rimarcare quanto accaduto successivamente, il settimo posto finale basta e avanza per sintetizzare.

Certo, il Mancio aveva contribuito a creare quel clima di incertezza con atteggiamenti ai limiti dello scazzo, sedute non particolarmente impegnative e un evidente malumore strategicamente mal celato. Però sarebbe stato sufficiente seguire i suoi dettami sul mercato, due-tre acquisti mirati, per proseguire nel percorso di crescita dando continuità al progetto iniziato un anno prima. Facile a dirsi con il senno di poi, ma in una società che lavora bene sulla carta è cosa buona e giusta assecondare le richieste, quando non folli, dell'allenatore di turno invece che fare totalmente di testa propria. Le idee erano chiare, il primo step era stato completato e c'era una visione tale da poter correggere i bug e scaricare gli aggiornamenti per migliorare le prestazioni. Invece quello che è normale altrove all'Inter non può esserlo, e sappiamo tutti com'è andata a finire: niente Yaya, niente Kolarov, niente Zabaleta e squadra completata da Kia più che dalla dirigenza italiana. Non sapremo mai se i giocatori chiesti da Mancini, con lui in panchina, avrebbero mai riportato l'Inter sul podio. Di certo sappiamo cosa è successo nella realtà parallela.

Nell'estate 2016 l'Inter, o meglio chi la guidava, rinunciò apertamente alla continuità. Oggi, per fortuna, sembra che questo concetto sia stato preso con la massima serietà dalla dirigenza, che un anno fa ha saggiamente dato fiducia a uno dei migliori allenatori sulla piazza e oggi, almeno a parole (sappiamo che verba volant...), gli ha confermato la fiducia accompagnandola all'intenzione di prolungare l'accordo biennale in corso. Luciano Spalletti ha commesso degli errori, impensabile non accadesse. L'ultimo, piuttosto grave, la gestione del finale contro la Juventus, che indotta dalla direzione arbitrale di Orsato ha consegnato all'avversario 3 punti e scudetto, privando l'Inter di molte chance di qualificazione alla prossima Champions League. Ma al netto delle imperfezioni, al tecnico di Certaldo va dato merito per aver riportato i nerazzurri a competere per un obiettivo fino all'ultima giornata. Da quanto tempo non accadeva?

Inevitabile che molti tifosi interisti non siano soddisfatti e gli imputino delle colpe, o semplicemente non ne apprezzino certe sfumature caratteriali o alcune scelte comunicative. Ma ignorare il gran lavoro svolto da Spalletti e dal suo staff negli ultimi 11 mesi sarebbe ingeneroso. L'intenzione ad oggi sembra quella di dare continuità a questo cosiddetto anno zero, a prescindere dal piazzamento in classifica della squadra alle 23 di domenica sera. Ottima scelta, quasi in controtendenza viste le storiche abitudini del club. L'errore madornale sarebbe affidare agli ultimi 90 minuti di gioco il giudizio sull'operato dell'allenatore. Una clamorosa ingenuità che metterebbe in discussione mesi di evidente crescita di una squadra che strada facendo, nel pieno della ricostruzione sul mercato, ha registrato un inatteso blocco finanziario.

Fiducia in Spalletti, dunque. Sia per lo spareggio Champions, sia per le prossime stagioni. Con chiarezza sulle reali ambizioni e possibilità della società, come lui stesso ha più volte chiesto pubblicamente. Naturalmente, partecipare alla massima competizione per club sarebbe un toccasana per tutto l'ambiente, sia finanziario sia emotivo. Ma le strategie intavolate all'inizio del nuovo corso non possono variare in base al raggiungimento o meno dell'obiettivo. Perché il rischio di resettare è sempre dietro l'angolo. Stefan de Vrij, Lautaro Martinez, Kwadwo Asamoah confermano quanto le idee siano chiare: la dirigenza si è mossa con i tempi giusti e ha già colmato alcuni gap emersi nel corso della stagione. Altri interventi verranno realizzati nelle prossime settimane, poi è inevitabile che i 35 e passa milioni della Champions farebbero comodo sul mercato. Ma tra il far comodo e l'essere vitali ce ne passa, eccome. 

A Spalletti venga dunque concessa l'opportunità negata a Mancini. Se non si impara dai propri errori, è impensabile crescere. E di errori negli ultimi anni ne sono stati commessi fin troppi.

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Sezione: Editoriale / Data: Mer 16 Maggio 2018 alle 00:00 / articolo letto 10838 volte
Autore: Fabio Costantino / Twitter: @F79rc