Più confuso che persuaso: così, francamente, ho assistito a questi giorni frenetici in casa Inter. I giorni immediatamente successivi all’ultima batosta rimediata dai nerazzurri in casa con l’Udinese, triste ciliegina di una stagione amarissima culminata con una serie di primati negativi che star qui a rimarcare è superfluo per non dire masochistico. Sono stati i giorni della svolta clamorosa, culminata con l’esonero di Andrea Stramaccioni e con l’arrivo di Walter Mazzarri. Clamorosa per modo di dire, specie per chi è rimasto sintonizzato su queste videate negli ultimi mesi (e in questo senso legittimi complimenti ai miei straordinari colleghi Fabrizio e Guglielmo, perché il fare bene e con cognizione di causa il proprio lavoro non dovrebbe essere un vizio, ma una virtù); per cui, era difficile capire il perché di tante riflessioni prima di ufficializzare una scelta che ormai era scritta nelle stelle; era difficile (fino ad un certo punto) capire anche le continue gincane e i silenzi prolungati di Massimo Moratti davanti ai cronisti assiepati sotto gli uffici della Saras prima dell’annuncio dell’arrivo del tecnico ex Napoli.
Alla fine, quindi, ha pagato l’allenatore. Come spesso accade, come ha sottolineato anche Esteban Cambiasso nel corso della conferenza stampa di presentazione del ritiro estivo. Ha pagato Andrea Stramaccioni, il tecnico più volte rassicurato e alla fine abbandonato al suo destino fatto di continui rovesci e di tanta, troppa sfortuna. Non possono essere colpe solo sue, se l’annata dell’Inter si è trasformata in un disastro senza precedenti; ma purtroppo alla lunga è venuta fuori la sua inesperienza in tema di crisis management e alla fine il presidente, che tanto lo ha ammirato e tanto lo ammira ancora nonostante tutto, si è convinto (è stato convinto?) che la scelta di confermarlo avrebbe comportato dei rischi forse troppo grandi da poter correre, per la squadra e probabilmente anche per lui, tecnico destinato ad un'ottima carriera ma che è iniziata in maniera sconveniente, con una stagione che alla fine gli è costata anche delle etichette in parte immeritate. Di lì, il progressivo distacco fino alla fine della storia, suggellata dalla telefonata di Marco Branca. Forse un gesto poco carino, ma forse anche l’estremo atto d’amore del patron, che non ha voluto somministrare di persona l’amara pillola al suo pupillo.
Il 24 maggio, data già fatidica per la storia d’Italia, celebrata nella toponomastica di tante città, diventa perciò la data fatidica anche per il futuro dell’Inter: accantonati i buoni propositi di progetto, di voglia di rifondare; si riparte dalle fondamenta, soprattutto da un tecnico d’esperienza e di carattere come Walter Mazzarri, che dopo una lunga carriera dove ha saputo cogliere risultati non indifferenti anche in realtà e contesti complicati, avrà, a 52 anni da compiere ad ottobre, la sua prima chance in una grande squadra. Meritata, dai più forse acclamata, di certo impegnativa per un tecnico del suo calibro. Un tecnico di personalità che dovrà fare fronte ad uno spogliatoio di certo non facilissimo: l’auspicio è che l’incontro tra questi grossi calibri possa generare danni solo ed esclusivamente agli avversari, con la creazione di un gruppo forte e compatto che remi dalla stessa parte come dovrebbe essere in ogni squadra che si voglia definire tale.
Sarà quindi l’Inter di Walter Mazzarri, l’Inter del rinnovato staff tecnico, l’Inter che riparte da un allenatore di polso, che magari agli irriducibili mourinhani farà storcere il naso ma che probabilmente rappresenta il meglio per le esigenze tecniche dell’Inter attuale. Ma non è questo quello che deve far riflettere i tifosi, quanto piuttosto il fatto che ancora una volta si corre il rischio di pensare che cambiando solo la guida tecnica si pensi a mettere una pezza a tutti i problemi della società attuale. Deve far riflettere tutta la modalità dell’esonero, la gestione di quello che ormai era diventato il ‘segreto di Pulcinella’; si rifletta anche sul fatto che Massimo Moratti presenti Mazzarri come una scelta tutta sua della quale si assume tutte le responsabilità, mentre tutti gli indizi portavano a ben altre conclusioni. Una storia già vista tante volte, quella di Moratti che pretende di incarnare i mille volti, e i mille pensieri spesso contrapposti, di una società.
Deve far riflettere, in buona sostanza, il fatto che l’Inter non ha bisogno solo ed esclusivamente di un cambio di guida tecnica, ma di un ripensamento profondo interno, ad ogni livello della società. E non si equivochi questo assunto col voler dire che si deve allontanare Tizio o Caio e metter dentro Sempronio o Pinco Pallino: a questa società serve una struttura forte e ramificata, come si conviene ad un club che vanta milioni di tifosi nel mondo. Un presidente che prende per sé tutti i rischi che spetterebbero ad altri, che fa da parafulmine addossandosi eventuali responsabilità che non gli spetterebbero non fa sempre il bene del club. Serve una società con uomini forti un po’ in tutti i settori, una società che risponda di ogni singola azione e non debba correre il rischio di rifugiarsi nuovamente dietro le difficoltà del tecnico qualora le cose non vadano bene, perché ad un certo punto il tifoso si stufa a vedere l’allenatore immolato nel ruolo di capro espiatorio. E se a questo processo contribuirà l'arrivo di questi fatidici nuovi soci, che ciò avvenga il più in fretta possibile, senza impuntarsi troppo sulle percentuali (si dimostri il buon Erick Thohir, insomma, un po' più contrattativo).
Per essere un po’ drastici, si potrebbe dirla con le parole di un grande personaggio dello sport italiano, il mitico ciclista Gino Bartali, famoso anche per questa sua frase: “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”. Toscano, Ginettaccio, proprio come Mazzarri: e chissà che davvero, come si è detto, il nuovo allenatore non faccia ai dirigenti un discorso del genere al momento dell’insediamento…
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